Avevo due
anni quando mio padre riuscì a vincere una lotteria per la carta verde, e
partimmo sopra un vecchio aereo dell’Alitalia, in un giorno d’ottobre,
attraversando un Atlantico di colore acciaio. Mio fratello non esisteva ancora.
Posso quasi vederci: un padre e una madre di sangue italiano, un piccolo figlio
dal nome americano. Mio padre mi aveva chiamato Bruce, lo stesso nome di
Batman, sebbene a quei tempi non ci pensasse. Non lo aveva scelto per questo.
Gli bastava fosse un nome dal suono americano.
Mio padre aveva sognato l’America per anni, ed ecco una cosa che a
volte mi sono chiesto: dove comincia di preciso un sogno? Suppongo che nasca in
qualche punto lontano, misterioso, e che si addensi nella coscienza con
lentezza geologica, con inaudita velocità, simile a un calcolo nel rene di un
uomo. Mio padre aveva sognato l’America fin da ragazzo, sebbene fosse tardi,
sebbene sembrasse non avere più molto senso, e l’epoca in cui i suoi
connazionali partivano per l’America fosse finita da mezzo secolo. In lui quel
sogno continuava. Continuava tenace, per eccesso di fede o per semplice
inerzia. Quel sogno ci sollevò e ci trascinò via, come un’onda schiumosa, per
deporci nel grembo di una nuova casa.
Il posto si
chiamava Clifton, New Jersey. Una delle decine di Clifton d’America. Si trovava
a mezz’ora di macchina da New York, ed era una cittadina bassa e spaziosa dove
il vento soffiava, a ondate irregolari, nella distanza tra casa e casa. Come in
ogni cittadina americana il cielo sembrava incombere e spiare chiunque, senza
che fosse possibile sfuggire al suo sguardo. Il cielo sembrava un immenso
guardiano. In una metropoli la gente poteva ripararsi dall’occhio di Dio,
serrarsi nel fitto di mille torri di cemento. In una cittadina invece non
esisteva riparo. Le cittadine americane sembravano disegnate per essere piatte,
ordinate, esposte, e affinché un occhio sovrastante potesse osservarle, in ogni
momento, come un bambino osserva il plastico di una città di bambole.
La riva dell’Hudson era a una manciata di miglia. New York era là,
vicina e remota, come un faro ambiguo, una sfuggente promessa. La domenica mio
padre ci portava a passeggiare a Manhattan oppure giù fino a Coney Island, dove
le giostre giravano e il vento soffiava l’odore dell’oceano unito al fumo dei
baracchini di hot dog.
Si diceva che l’hot dog fosse nato su quella spiaggia. Sulla spiaggia
affollata di Coney Island. Un secolo prima un immigrato tedesco aveva avuto
l’idea di vendere un wurstel caldo infilato in un panino, un’idea dotata della
perfetta naturalezza che apparteneva, sempre, alle idee di successo. Era il
tipo di storia che mio padre amava raccontare. Avevo pochi anni, l’età in cui
la mente assorbe ogni cosa. Il primo ricordo della mia vita sarebbe stato un
wurstel che mi scotta la lingua, e una maglietta per sempre macchiata di
senape.
Dopo circa un
anno di vita americana era nato mio fratello, e con Dennis la famiglia sembrava
completa: quattro persone, quattro corpi. Un numero sufficiente a riempire la
casa.
Nel frattempo mio padre cercava la sua strada. Si stava rivelando una
strada dall’imbocco più arduo del previsto, una strada scivolosa che sembrava
perdersi, ogni volta, in un qualche territorio avverso. Mantenere un lavoro
sembrava essergli pressoché impossibile. Carattere iroso, nessuna pazienza,
scarsa attitudine ai rapporti con i superiori non lo rendevano certo un
candidato al successo. In Italia era stato l’impiegato di un ufficio postale.
Durante i primi anni americani cambiò una mezza dozzina di lavori, ognuno meno
gratificante del precedente, e nessuno durò più di alcuni mesi. Era convinto
che un giorno sarebbe riuscito a mettersi in proprio. Un giorno sarebbe stato
il suo turno di comandare. Mia madre consultava le inserzioni sui giornali, lo
aiutava a compilare moduli di richiesta di assunzione. ‘Mi prometti che stavolta
non ti farai licenziare?’
Alla fine fu assunto in un macello a una decina di miglia da Clifton,
dove per qualche motivo, per quello che sembrò un sorprendente miracolo, riuscì
a conservare il posto.
Certo, non doveva trattarsi di un lavoro piacevole. Non ci spiegò mai
di preciso cosa faceva, ma credo avesse a che fare con la fase della scarica
elettrica. La fase in cui le bestie venivano stordite. Impugnava elettrodi per
stordire vitelli da quattrocento libbre, uno dopo l’altro, prima che venissero
appesi e squartati. Pur facendo una doccia ogni sera prima di lasciare il
macello, non sempre riusciva a togliersi di dosso quell’odore. L’odore acre
della carne dissanguata. I primi due giorni aveva vomitato, quindi ci aveva
fatto l’abitudine. Sosteneva che non lo avrebbero mai licenziato poiché quel
lavoro era troppo schifoso e non avrebbero trovato nessuno per sostituirlo.
Questa era la sua teoria, e credo che lo facesse sentire forte, una specie di
martire, un uomo capace di fare il lavoro sporco.
Qualche anno dopo, quando Reagan si affacciò sulla scena politica, mio
padre iniziò a guardarlo in tivù e a dire che quell’uomo gli infondeva fiducia.
Quell’uomo avrebbe aperto prospettive. ‘Sento che qualcosa sta per succedere.’
Mio padre pensava che presto o tardi avrebbe avuto l’occasione di mollare il
macello, e che nella nostra vita tutto fosse sul punto di cambiare.
Ogni domenica mattina frequentava una chiesa, dove si sgolava cantando
i salmi, preghiere così piene di promessa e mistero da lasciarlo muto, a volte,
per il resto della giornata. In Italia, il paese più cattolico del mondo, non
si era mai avvicinato a una chiesa. In America sentiva il giudizio di Dio. Non
so se pensasse di aver fatto errori nella sua vita, di sicuro non li avrebbe
facilmente ammessi. Da italiano o da americano, era l’uomo fiero e testardo di
sempre.
(brano da 'La vita erotica dei superuomini')

