Il potere indisciplinabile della fantasia
Con “Non saremo confusi per sempre”, Marco Mancassola – classe '73, autore del fortunato “La vita erotica dei superuomini” - scrive cinque movimenti che compongono una ‘mappa dolente della nostra storia’ recente. 1978, Isola di Cavallo. 1981, Vermicino. 1992, Lecco. 1996, San Giuseppe Jato. 2005, Ferrara. Cinque date che portano con sé delle storie di cronaca che l’autore riscrive, dando la possibilità ai protagonisti e a tutti noi di un riscatto. Non piegarsi alla realtà nera dei fatti. Perché la letteratura è anche questo: avere altre possibilità, andare oltre.
Cinque date, cinque eventi che hanno segnato il nostro immaginario, sono diventate altro dalla cronaca. Cosa li differenzia dagli altri?
Sono cinque storie centrali nella nostra memoria, nell'inconscio condiviso. Richiamano motivi archetipici e si prestavano a una rilettura fiabesca: i titoli dei movimenti del libro sono “Un principe azzurro”, “Una bella addormentata”, “Un bambino al centro della terra...” Non è che si tratti di un libro di fiabe. Stilisticamente, lo chiamerei un libro di minimalismo visionario. Mi interessava però alludere a una realtà dove certe storie sembrano avere elementi di fiaba, pur senza avere alcun lieto fine.
Dare altre possibilità, riappacificarsi con il dolore, tracciare una “mappa dolente della nostra storia” recente come per Alfredino, il bambino che cade nel pozzo che nel tuo racconto scopriremo essere per lui, solo l'inizio di un “viaggio al centro della terra” alla Verne...
La mancanza di lieto fine nel racconto crudo dei fatti trova un controcanto nella parte speculare, la parte della “storia parallela” che si intreccia a quella reale. Il libro si gioca su questo doppio piano e su una consapevolezza: il lettore sa bene che quello in cui si raggiunge un nuovo senso, una qualche forma di lieto fine o per lo meno di consolazione, è il piano narrativo “finto”, irreale, il piano di ciò che non è successo. Ciononostante si commuove per questo piano narrativo. Il racconto della fantasia diventa emotivamente forte e serve a rileggere la realtà.
C'è nella tua scrittura un'intenzionalità esplicita dell'andare oltre, sembra che tu voglia accompagnare il lettore in queste fiabe moderne, tranquillizzandolo, dicendogli, vedi? È così che è andata...
Questo libro serve ad affermare il potere indisciplinabile, sempre ulteriore della fantasia, del visionario e in ultima analisi della letteratura. Anche per questo mi è piaciuto giocare con un classico come Verne, incrociandolo con la vicenda di Vermicino. Tra il pozzo buio di Vermicino e Verne, vince Verne. La letteratura offre senso, offre un abbraccio, un calore a tutti coloro che non sanno conciliarsi con la realtà.
Mi sembra ci sia un filo sottile, sotterraneo che lega questo, all'altro tuo bel libro, Il ventisettesimo anno, anche in quel caso c'è una ricerca, un andare a fondo in ciò che la vita ci riserva, avere la forza di superare una data, un evento, in quel caso diventare più vecchio del proprio fratello maggiore...
“Il ventisettesimo anno” era un racconto autobiografico. Parlava di mio fratello maggiore morto a ventisette anni e della sensazione di crescere diventando più vecchio di lui. Oggi di anni ormai ne ho trentasette, dieci più di lui, inaudito!
La storia di Eluana fa da sfondo a un’altra vicenda, quella di Giulia, una ragazza incinta di un bambino che non vuole nascere. Una donna imprigionata in questo mondo e un bambino che non vuole farne parte...
Giulia ha sedici anni, è una cantante folk e vive ai piedi delle Alpi del Friuli circondata da personaggi buffi, una nonna hippy, un cavallo scoreggione... A un festival ha incontrato un ragazzetto punk che l'ha messa incinta. La cosa si complica perché la madre di Giulia è di Militia Christi: una di quelli che manifestano, furiosi, sotto la clinica dove un'equipe di medici cerca di aiutare Eluana ad andarsene. La storia della donna che non riesce a lasciare questo mondo si incrocia con la storia di un bambino che non riesce a entrarci, visto che la gravidanza di Giulia è già oltre i nove mesi e nulla succede. Un inverno gelido sembra paralizzare ogni cosa, un limbo di brina e di incertezza. Per me il caso Englaro parlava di questo: di limbo, gelo, paralisi della vita.
Alla fine del libro nel racconto Il ragazzo fantasma mentre le date si avvicinano sempre più all'oggi, capiamo che “non saremo confusi per sempre” suona come una speranza, un auspicio per noi tutti. È così?
Nel 2005, all'alba di una domenica di settembre, a Ferrara, un diciottenne incontra due pattuglie della polizia. Mezz'ora più tardi il suo corpo è a terra, senza vita, coperto di lividi. Si chiama Federico Aldrovandi. A questo punto il fantasma del ragazzo si alza, si guarda intorno stordito, deve capire cosa fare, dove andare. Le ultime pagine del libro sono la sua storia. Il fantasma va a trovare sua madre, cerca di parlarle, non riesce a farsi sentire. Eppure, dopo varie vicende, inizia a comprendere. Sta per scoprire il proprio destino. Ho letto un pezzo di questo racconto proprio a Ferrara, davanti alla madre di Federico. Mi si chiudeva la gola. Mi chiedevo cosa diavolo stavo facendo, come potevo avere il coraggio di leggere una storia simile davanti a lei.
Nel libro a un certo punto dici che i luoghi sono lì ad aspettarci perché qualcosa si compia. Te la formulo come domanda: quali sono i luoghi concreti o astratti della tua scrittura?
Io non ho casa. La mia vita è una successione di stanzette economiche prese in affitto in mezza Europa. Anche quando inizio una storia parto da questo sradicamento, non ho una voce predefinita, ogni volta devo trovare una nuova lingua. Mi pare ogni volta di dover reimparare a scrivere. E il miracolo è che ci riesco, o almeno così mi illudo. Nella scrittura trovo una casa. È il punto in cui le emozioni sgorgano, in cui le parole si incastrano come mattoni.
[intervista di Enzo Rammairone]







