[Scritto originariamente per la rubrica «Redemption Books» (in precedenza «Last night a writer saved my life»): la rubrica che ho curato per alcuni anni dal febbraio 2006 al giugno 2011, per la rivista milanese di arte, moda e design Made With Style. La rivista è da mesi in procedura di fallimento. Questo pezzo, scritto nella primavera del 2011, non fece in tempo a venire pubblicato.]
È il deserto, questo. Il deserto in cui le cose non vanno da nessuna parte, in cui i giorni non si sommano ma si disperdono, uguali, senza esito, senza condurci in alcun luogo migliore. Una pianura senza orizzonte. Di cosa stiamo parlando: del limbo in cui si è persa la nostra vita occidentale, della depressione sentimentale nell'Italia del XXI secolo?
No, stiamo parlando della cultura ebraica del terzo secolo a. C. , quella in cui fu scritto il Qohelet o Ecclesiaste (secondo la versione greca). Libro secco e poco conciliante, unico testo biblico a essere letto in senso laico da generazioni di adolescenti, sedotti dal suo tono duro e dall'aura nichilista.
“Vanità delle vanità, tutto è vanità. Cosa ricava l'uomo da tutto l'affanno con cui fatica sotto il sole? Una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa.” Il celebre attacco ci trasporta subito in un regno emotivo di disillusione e scetticismo. Sarà per questo che un simile libro parla ancora con forza a noi, gente disillusa del XXI secolo. Nell'interpretazione religiosa, il Qohelet è il grido di sconforto dell'uomo che non ha ancora intravisto la salvezza, la via d'uscita, la redenzione. Nella sua eventuale interpretazione illuminista, è il grido di chi ancora non ha conosciuto la possibilità del progresso, della scienza, del raggiungimento di favolose mete. Ma nella nostra epoca post-religiosa e post-illuminista, quel grido di sconforto è tornato molto attuale. Ubriacata per decenni dal verbo finale del tardo capitalismo, delle mille chance, del mercato senza fine delle esperienze da fare, lavori, carriere, viaggi, connessioni, relazioni – opportunità, opportunità, opportunità delle opportunità –, a un tratto la cultura occidentale si è scossa e guardata intorno con disagio abissale. “Ecco. Tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento.”
La stanchezza, il disincanto, il vento sterile, e nessuna via per fare un vero passo avanti.
“How can I go forward when I don't know which way I'm facing?” cantava un altro profeta con la barba – John Lennon – ventidue secoli dopo l'autore biblico. E se anche scegliamo di camminare in avanti, quale sarebbe la meta? Il cielo è ostile e pieno di cenere, come ci ricorda La strada di Cormac McCarthy – abile metafora della nostra interiorità di persone in fuga, annichilite, esauste di tutto, desertificate. Metafora della nostra sindrome depressiva collettiva.
Eppure. “C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e uno per costruire. Un tempo per piangere, un tempo per ridere, un tempo per gemere e uno per ballare.” La gioia di per sé non è impossibile. È soltanto precaria come ogni altra cosa.
Sotto la patina di nichilismo, il Qohelet contiene un invito ad accettare i cicli della realtà, e più ancora un invito al carpe diem. Anche se tutto, intorno, appare così complicato da sembrare ingovernabile, dobbiamo pur sbrigarci a usare il tempo a disposizione. La Storia è tutt'altro che finita. Dobbiamo sbrigarci, prima di soffocare nel nostro stesso smarrimento. Prima che “ritorni la polvere alla terra, com'era prima”. Sbrigarci a sentire ciò che siamo, ora, qui, perché questo potrebbe essere il compito, vedersi, vedere, per un breve eterno attimo.







