Un tempo quello era il centro del mondo, un mazzo di steli di cemento conficcati nel granito, un reticolo di strade dai cui tombini usciva, costante, il vapore del sogno. Un tempo quella era la sua città, il luogo dove lui compiva grandi imprese, dove progettava meraviglie, dove sua moglie lo amava senza condizioni e dove ogni parola pronunciata, anche la più casuale, aveva il suono di una battuta perfetta.
Manhattan brillava come un miraggio, là sotto, nella luce del tardo mattino. Reed Richards si passò una mano sulla fronte. Stava guardando la città dalla vetrata della sauna panoramica al ventinovesimo piano del George Hotel. La temperatura stava aumentando e dalla sua pelle uscivano sudore e un’inquietudine fluida, inafferrabile, che lui stesso non avrebbe saputo descrivere. Strinse gli occhi. Ecco New York. Ecco la sua città, luminosa e distante, oltre il vetro della sauna panoramica di un hotel di lusso.
Provò a rilassarsi. In fondo si trovava in un posto studiato per il relax. Reed veniva spesso in quella sauna, per espellere tossine e inquietudine, e per restare nell’assorta contemplazione che gli ispirava, ogni volta, la vista di quel panorama. Intorno a lui altri uomini silenziosi stavano sdraiati sulle panche di legno, nella penombra, con lo sguardo perso nella vista esterna. Non c’era altro che quiete, sudore, e una discreta indifferenza reciproca. Perlomeno questo accadeva di solito. Quel giorno, in realtà, le cose stavano andando in modo diverso.
C’erano quattro uomini. Quand’era entrato nella sauna Reed aveva percepito il brusco, inconfondibile silenzio di una conversazione interrotta, e dopo aver preso posto aveva sentito i loro sguardi iniziare a sfiorarlo, nella luce scarsa, come tentacoli curiosi. Reed si era sentito nervoso. Non gli piaceva essere riconosciuto. Pur non comparendo in tivù da vent’anni, sapeva che la sua foto veniva pubblicata a volte in qualche articolo sulle glorie dei decenni passati o in qualche pezzo riguardante suo figlio Franklin.
Anni prima Reed aveva scelto di uscire dai riflettori e lasciato che Franklin fosse quello famoso. Si era liberato con sollievo degli sguardi della gente. Si era liberato dell’interesse dei media, dei pettegolezzi, e di quella eccitata morbosa vibrazione che circondava le persone troppo famose. Si era liberato del fastidio di essere riconosciuto ovunque. Per questo ora si sentiva a disagio, sotto gli sguardi nella sauna, mentre il sudore scivolava sul suo corpo elastico.
Il legno era rovente. Un ridicolo imbarazzo lo tratteneva sulla panca. Fingendosi coinvolto dal panorama lasciò passare il tempo, minuti e secondi, una successione di attimi dilatati dal caldo. Gli uomini intorno a lui erano tutti più giovani, il tipo di informazione che gli capitava di registrare, involontariamente, sempre più spesso. Inoltre sembravano resistenti. Nessuno accennava a lasciare la sauna. Poteva sentire i loro respiri nel silenzio infuocato. Sapeva che era tardi e che una macchina lo aspettava, giù in strada, per condurlo fuori città.
Sapeva di avere cose importanti da fare, e che tutto questo era stupido, e che questa sfida a resistere più degli altri non aveva alcun senso. Il caldo era ormai intollerabile. Si alzò di colpo. Il sudore gli scese in picchiata lungo il corpo mentre lui restava in piedi, con una vaga vertigine, immaginando di vedersi attraverso gli sguardi degli altri: ecco Reed Richards, Mister Fantastic, l’Uomo di Gomma, la vecchia gloria delle cronache supereroistiche del ventesimo secolo. Eccolo traballare accanto alla vetrata, nudo e disidratato, con l’intera Manhattan come sfondo lucente.
Fuori trovò la salvezza dell’aria fresca e una doccia sotto cui buttarsi. Si aggrappò al muro lasciando che l’acqua gli scorresse addosso. Si sentiva quasi sul punto di sciogliersi. Restare nella sauna così a lungo era stato folle, il tipo di imprudenza da cui i medici lo mettevano in guardia da tempo. Il tuo corpo è speciale, Reed. Esige attenzioni speciali.
Ci vollero un paio di minuti per iniziare a sentirsi meglio e per calmare i battiti convulsi del cuore. I medici gli raccomandavano anche di non usare i suoi poteri, a eccezione di un regime di esercizi settimanali eseguiti sotto il controllo di specialisti. Ugualmente, sotto la doccia allungò con cautela le braccia. Giù fino a terra e poi indietro. Sentì appena un lieve bruciore. Fece lo stesso con il collo, verso l’alto, e dilatò il petto come una fisarmonica. Iniziò ad allargare anche la testa, provando a darle la forma di un rudimentale ombrello, un vecchio scherzo risalente a quando Franklin era bambino e che tuttora faceva, a volte, sotto la doccia. Il movimento gli provocò una fitta.
Lasciò perdere. Se qualcuno lo avesse osservato avrebbe avuto l’impressione che mani invisibili si divertissero a manipolare quel corpo, tirandolo e modificandolo, per riportarlo ogni volta alla forma originale. La sua forma. Il suo corpo. Nel tempo, Reed Richards aveva cominciato a pensare che il suo vero talento, il suo vero superpotere, non fosse la capacità di deformare il corpo ma quella di tornare, ogni volta, alla forma originale. La materia gommosa di cui era fatto aveva ceduto un poco con l’età, si era fatta meno elastica ed enormemente più sensibile. Eppure, nonostante il lavoro degli anni, nonostante i mille modi in cui era stata allungata e allargata e deformata, la sua forma era rimasta pressoché identica. Ecco il miracolo di Reed Richards. O forse la maledizione. Sono ancora lo stesso. Sono ancora io, si disse sotto la doccia, mentre la temperatura del corpo scendeva con lentezza.







