MM >> Sono uno scrittore, essere solo è il mio lavoro. Ci sono attività in cui la solitudine è uno strumento attivo di lavoro. E la solitudine in realtà ha una varietà di sfumature, dalla più scura alla più esaltante. Ci vorrebbero decine di termini diversi per nominare tutte le solitudini possibili, proprio come in quella leggenda secondo cui gli Inuit avrebbero cinquanta parole per indicare la neve.
L'inglese distingue tra loneliness e solitude. La prima è una sensazione cattiva, sofferta, la seconda è più costruttiva – frutto di una scelta. Il teologo Paul Tillich scrisse che “loneliness esprime la pena di essere soli, solitude la gloria di essere soli.” Ma ovvio che il confine tra i due stati è vago, molto permeabile. È questa ambiguità a rendere interessanti le professioni solitarie, esposte più di altre alla verità emotiva del mondo, che è sempre duplice e scivolosa, epica, miserabile, profetica e al tempo stesso ridicola. Scrivere è sentirsi tutte queste cose insieme.
Come un problema di fisica quantistica, la solitudine è una faccenda multipla, legata al punto di osservazione.
Nel mondo insonne e illuminato dai bagliori di mille schermi, la gente oggi pare particolarmente terrorizzata all'idea di restare sola con se stessa. Per questo sfugge alle responsabilità e alle opportunità della propria solitude e si getta nel mercato delle connessioni, del brusio perenne, del flusso di dati. Beh, non si torna indietro dalla società della connessione. Ma è comico il modo in cui, così facendo, per sfuggire alla solitude si finisce spesso per gettarsi in pasto alla loneliness. Ed è comico il modo in cui, sempre di più, gli altri diventano nient'altro che un rimbombo del nostro pensiero, mentre leggiamo un messaggio sul telefono o un commento sulla schermata di Facebook.
La società della connessione crea forme effettive di comunione. Ad esempio quando la rete serve, come accade negli ultimi anni, a organizzare manifestazioni facendo convergere insieme sulle strade migliaia di cani sciolti. Molte altre volte, lo sappiamo, la rete non è che un laboratorio di desolazione. Una macchina della banalità, del commento automatico, dello spam furioso, del flusso isterico. Una macchina, appunto. Un giorno chatteremo e scambieremo commenti in rete senza sapere se lo stiamo facendo con una persona o con un software. E tutto sommato non ce ne importerà.
La solitudine di cercare su google qualcosa di introvabile. La solitudine dell'ennesima richiesta di amicizia da parte di qualcuno che non conosci, né mai conoscerai. La solitudine di fingersi amico di tutti. La solitudine di fingersi nemico di tutti. Alla fine chiudi le connessioni. Sei solo, ma in un modo più interessante. Non hai bisogno di far sapere a tutti cosa stai facendo: è un momento glorioso proprio perché appartiene soltanto a te. Apri il programma di scrittura. Sei uno scrittore, è davvero il tuo lavoro.
CR>> Nelle ultime settimane ho letto/riletto tre libri incredibili: Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, Gli anelli di Saturno di W. Sebald, L'onda del porto di Emanuele Trevi. Sono tre reportage che raccontano qualcosa che dovrebbe essere un viaggio tra i luoghi inconsueti (dieci giorni in crociera ai Caraibi, un pellegrinaggio nell'Inghilterra del Sud, un vagabondare nella Thailandia post-tsunami) e che si rivela invece un'erranza labirintica e inesausta nella propria testa. Gli scrittori sono così: persone sole che oscillano tra il desiderio di eremitaggio e la voglia di parlare a chiunque, di dissolversi nelle proprie stesse parole in una infinita conversazione con il lettore. Se Paul Celan considerava i poeti gli ultimi custodi delle solitudini, se Emily Dickinson poteva scrivere versi come Forse sarei più sola senza la mia solitudine, nella famosa intervista rilasciata a David Lipsky, Wallace raccontava più volte di come venisse angosciato dalla sensazione di essere da solo a pensare o provare certe cose e a non riuscirle a comunicare a nessuno. Frase che è, credo, una buona definizione della vocazione alla letteratura e, insieme, della depressione vista dalla parte di chi la vive.
È cambiato qualcosa oggi, all'epoca della comunicazione globale rispetto a questa percezione di solitudine che ha attraversato l'umanità, dai lirici greci al Qoelet agli scritti di Giovanni Della Croce sulla "notte oscura" a Beckett? Forse sì. Forse questa solitudine non è più una rivelazione, forse siamo tutti più consapevoli di una cosa: dell'abisso che esiste tra quello che in teoria possiamo comunicare a qualcun altro e quello che di fatto riusciamo a comunicare. Per questo magari, se vi andate a leggere il rapporto Osmed anche quest'anno, vedete come è aumentato anche quest'anno il consumo di psicofarmaci in Italia. Per questo, recentemente, di fronte a delle morti così consapevoli come il suicidio assistito di Lucio Magri o quella raccontata per filo e per segno da Christopher Hitchens si è scritto così tanto: ci si può confrontare con la solitudine che ci porta la morte e riuscire a non impazzire? E per questo le persone che passano dieci ore al giorno su facebook o twitter, ci sembrano normali e mostruose al tempo stesso: gli riconosciamo un nostro stesso bisogno, ma gli vorremmo dire che stanno sbagliando strategia, dando onore a un simulacro di condivisione, non a un'autentica empatia.
Ma quale, poi, di fatto, è un'autentica empatia? Qual è quella volta che ci siamo sentiti veramente accomunati a qualcuno? Nella Morte di Vladimir Jankelevitch o nella Stella della redenzione di Franz Rosenzweig o anche nella Morte di Ivan Ilic di Leo Tolstoj si parla di come la vita umana abbia una specie di regolarità: crescendo si passa da osservare come turisti quello che ci sta intorno a sentire che questo ci riguarda, fino ad arrivare a ammettere che tutto questo ci tocca nel profondo. Se ripercorreremo come miliardi di persone questo cammino, vuol dire che in un certo senso ci saremmo salvati, interpretando ancora una volta la parte che ci è toccata: quella degli esseri umani, soli e incredibilmente pieni di desideri.
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo. Pubblicato su Rolling Stone, febbraio 2012.
Immagine Paul DeFlorian.]




