La cronaca nera vista dalla luna
Ci ripetiamo da circa cinque anni che il mondo letterario italiano avrebbe un gran bisogno di epica. Ed è un bisogno davvero curioso, visto che sembra ormai chiarissimo che non abbiamo la più pallida idea di cosa sia esattamente quest'epica. Poco meno di mezzo millennio fa, Torquato Tasso criticava aspramente l'Ariosto, perché aveva avuto l'ardire di condire il proprio poema con la magia, lo straordinario, l'invenzione di maghi, ippogrifi, filtri d'amore e viaggi interstellari. L'epica, sosteneva il Tasso, doveva essere soltanto una riproposizione poetica dei fatti, possibilmente tutti storici, con qualche intrusione, tutt'al più, della fede cristiana. La Gerusalemme liberata fu un capolavoro trascurabile. Poi, detto questo, Torquato Tasso impazzì: iniziò a vedere folletti che gli scompigliavano le carte, spiriti magici che lo spiavano dalle finestre, scintille prodigiose che gli schizzavano dagli occhi. Le lettere dal manicomio che indirizzò ad amici e potenti restano, ai fatti, la sua opera migliore, per una semplice ragione: con la psicosi, Tasso si era trasformato in Ariosto. Aveva visto il proprio cervello volare in alto, sulla luna, e così, grazie alla magia, aveva saputo descrivere la propria condizione umana, la propria epoca e le proprie emozioni cento volte meglio di quanto avrebbe saputo fare con il suo benedetto realismo.
Dimenticato il Tasso Furioso, oggi il problema si propone identico. Abbiamo bisogno di epica, abbiamo bisogno di riflettere sulla nostra storia. Cosa vuol dire? Abbiamo bisogno di magia, o abbiamo bisogno della nudità dei fatti? La nuova raccolta di racconti a cui si è dedicato Marco Mancassola, porta nel titolo il problema e la speranza della soluzione. Si chiama Non saremo confusi per sempre, ed è appena uscita per Einaudi. “Confusi” è la definizione giusta, per dare un nome a ciò che proviamo. Un sentimento di fusione, un amalgama di fatti, di storie che, per il loro continuo succedersi, ci riesce ormai assolutamente impossibile distinguere. Viviamo ascoltando una narrazione continua. Quel flusso di eventi, di parole che, come un racconto medioevale, chiamiamo “cronaca”, ci accompagna ininterrottamente in forma scritta e in forma orale, fornendo in teoria tutte le emozioni forti necessarie a un intreccio. La cronaca nera è un immenso materiale emotivo e morale sprecato, una tragedia shakespeariana che viene presa sottogamba e che è dunque incapace di insegnare, spaventare, addolorare.
Mancassola ha deciso di affrontare questo materiale, e l'ha fatto convinto che la soluzione ci sia, che la confusione possa prima o poi sparire. La sua raccolta di racconti è tutta incentrata su alcuni dei casi di cronaca più noti o esemplari. Si tratta di quella mitologia collettiva che rischierebbe di apparire favola: da Alfredino Rampi a Eluana Englaro, dai bambini sciolti nell'acido dalla mafia alle fucilate in Corsica esplose dagli eredi di casa Savoia. Mancassola sceglie di rifletterci, ma evita accuratamente di fornirci l'ennesima riproposizione fedele. Il suo è un curioso esperimento di innesto tra realtà e fantasia, tra cronaca e sogno, tra realtà e impossibilità. Un bambino che cade in un pozzo può dare il via a un emozionante “viaggio al centro della terra” alla Verne, un piccolo rapito può trasformarsi in un supereroe volante agli occhi di chi lo ha amato e perduto. Mancassola decide di restituire al contemporaneo lo straordinario, il “magico” che l'epoca aveva sottratto all'epica.
Il risultato sfocia così in un'altra categoria: il perturbante. Ossia quel genere che mantiene intatto tutto il valore di concretezza della realtà, ma che a quest'ultima aggiunge uno straniamento, un fattore inedito che ci costringe a risvegliarci dalla nostra sonnolenza. Gli avvenimenti che già conosciamo, ma che riposano nella nostra memoria, acquistano una portata emotiva che ci costringe a riprenderli in considerazione e a rianalizzarli con il cuore. Una dimostrazione, insomma, di come la letteratura, proprio grazie all'intervento dell'inverosimiglianza, sa aggiungere agli eventi quel surplus di significato che li riscatta dallo status di miseri fatti. La terra vista dalla luna dell'Ariosto: un sogno, ma rivelatore. -- Errico Buonanno







