[pubblicato su Il Manifesto del 29 gennaio 2011]
Noi guardiamo avanti, voi indietro. Noi facciamo la rivoluzione liberale, voi non sapete fare altro che piagnucolare di nostalgia. Noi corriamo verso il futuro e voi vi aggrappate al freno a mano. Noi pensiamo al rinnovamento e voi siete una sinistra conservatrice, impegnata a difendere le rovine del passato. È stato questo il mantra di chi ha appoggiato nei giorni scorsi Marchionne, e diventa ora, opportunamente declinato, il mantra di sottofondo di chi difende Berlusconi nei suoi scandali sessuali: noi siamo una destra libera che non ha paura di godere, mentre voi una sinistra bacchettona e invidiosa che si scandalizza del godimento degli altri. In un assurdo scambio di ruoli, la vera erede della liberazione sessuale degli anni Sessanta e Settanta diventa la destra sfrenata che domina il paese.
Ma la liberazione sessuale era un movimento di democrazia: democrazia dei corpi, dei desideri, del piacere, dei gusti sessuali. Era una liberazione nel senso che escludeva l'idea del dominio di un corpo su un altro: nulla era proibito, nulla era perverso fino a quando si era alla pari, fino a quando non c'era squilibrio di potere tra i membri di una relazione. Eppure qualcosa dev'essere andato storto se quell'idea di libertà e di piacere per tutti può essere adesso rivendicata, e perversamente strumentalizzata, in nome della libertà e del piacere dei potenti. Tra l'idea che i corpi di tutti siano liberi e l'idea che un singolo sia libero di comprare tutti i corpi, passa differenza.
Allo stesso modo, qualcosa è andato ovviamente storto se dalla liberazione dei corpi di lavoratori e lavoratrici, dalla liberazione dei diritti del lavoro si può passare alla liberazione degli appetiti dei manager e pretendere che non ci sia stacco, che questa sia la linea progressiva della storia.
Com'è possibile che una restaurazione venga fatta passare per rivoluzione? Rivoluzione e restaurazione sono entrate nell'ampia zona d'ombra delle parole ambigue, ribaltate così tante volte da rendere impossibile capire ormai il loro senso, il loro uso, come la batteria di un qualche aggeggio che, una volta estratta, non si sa più in quale verso reinserire. Come sempre, ambiguità e incertezza favoriscono le narrazioni semplificate della destra, brava anche a mettere il dito nelle incongruenze di ciò che resta della sinistra.
Passando per l'alambicco degli anni Ottanta, attraverso i quali tutto ciò che negli anni precedenti era nato per liberare le persone si è trasformato in tecnica, in ossessione, in performance e mercato, cose come l'amore libero e l'edonismo hanno perso il loro splendore. Come tutte le idee belle e imperfette, avevano bisogno di essere difese, comprese fino in fondo, per non essere scippate e banalizzate. Il pensiero di sinistra non è stato all'altezza del compito e di fronte alla più imbarazzante delle domande, cosa facciamo della nostra libertà?, si è chiuso per anni in studi ovattati a disquisire di politically correct.
Oggi, le angosce della borghesia liberal si dimostrano spesso in effetti nostalgiche. Pensiamo a certe pagine de La Repubblica con i loro articoli sui nuovi barbari – i giovani colpevoli di non condividere l'universo culturale dei genitori. Anche la destra populista esprime in fondo nostalgia, ma una nostalgia che, a differenza di quella liberal, ha buone possibilità di trovare soddisfazione: la nostalgia per un mondo pre-Sessantotto, dove la libertà non pone alle coscienze domande imbarazzanti e dove spetta ai potenti, non certo a tutti, nutrire e soddisfare i propri desideri. Per quanto essi siano sregolati.
Quando si dice che Berlusconi parla alla pancia degli italiani, si intende tra le altre cose questo. Berlusconi parla a quell'astio, mai pacificato, nutrito da una parte importante del paese verso il Sessantotto, verso le conquiste civili degli anni successivi e verso le loro conseguenze. Il Sessantotto resta il sasso nella scarpa. Un astio che si dimostra nel progresso mai completato sul piano dei diritti: pensiamo alla casella vuota dei diritti omosessuali, caso quasi unico in Occidente, non giustificabile solo con l'influenza cattolica.
E non è finita. L'oscuro incantesimo berlusconiano ha agito sulla parte reazionaria del paese ma anche sulle ambiguità, sui sensi di colpa e sulle paranoie interiori di tanta sinistra che si sente in imbarazzo verso il Sessantotto, verso se stessa, verso le idee del proprio passato e le proprie stesse conquiste. Come un ingessato signore che guarda con imbarazzo le foto di gioventù. È questo il vero moralismo di certa sinistra: verso se stessa e verso ciò che è stata. Una sinistra che non smette di pentirsi di aver sognato la rivoluzione, mentre intorno nei fatti avanza la restaurazione.
Al centro di una scena traballante, eppure ancora così elettrica, Berlusconi è la rockstar. Lo aveva decretato a suo tempo una copertina di Rolling Stone, e non per fargli un complimento: è il rovesciarsi di ogni liberazione, di ogni antico valore liberal. Un fumo di scena soffocante avvolge facce rifatte, capelli tinti, orge, minorenni, telefonate di insulti, diti medi, culi flaccidi. Non solo rock, questa destra è punk. Un punk al contrario, padronale e gerontocratico. Il potere pretende di essere autoritario e ribelle al tempo stesso. Restaurazione, rivoluzione! Soltanto l'eccesso sempre più spinto dello spettacolo in scena può tenere in piedi questo palco e tutte queste contraddizioni. Ci sarà un limite?



