La cronaca si fa letteratura. Il dramma, definitivo, rianimato dal potere della narrazione, che cambia il corso dei fatti e li trasforma in fiaba. Così Marco Mancassola, scrittore padovano, nel suo nuovo romanzo Non saremo confusi per sempre (Einaudi editore), parte dalla realtà irreversibile, per dare «un’altra possibilità» alle vittime dei fatti di cronaca che più hanno segnato l’inconscio collettivo. Dalla vicenda dell’Isola di Cavallo e del ragazzo tedesco colpito a morte dal principe, alla tragedia di Vermicino, fino al caso di Eluana Englaro che ha diviso l’Italia e poi quell’adolescente del sud sciolto nell’acido per una vendetta tra cosche e il diciottenne pestato dalla polizia: storie che graffiano la coscienza. Ma che la letteratura può trasformare, in modo consolatorio. Tanto che Alfredino rimasto nel cuore di tutti, non finisce tra il fango in fondo a un pozzo, ma approda in un regno sotterraneo, il magico mondo dell’isola misteriosa di Verne. E il ragazzo sciolto nell’acido, non muore, ma acquista poteri soprannaturali, diventa un supereroe, il Cavaliere Bianco, passa di avventura in avventura. Soltanto due esempi dell’escamotage narrativo che Mancassola utilizza per superare la cronaca e portare «a guardare in un altrove sconosciuto». L’intreccio tra i fatti e la letteratura, scorre fitto. «Ho voluto dare un’altra possibilità a tutti questi personaggi, giovani, relegati dalla vita al ruolo di vittime - spiega Mancassola - . Li ho raccontati non come icone pop della cronaca nera, ma esorcizzando attraverso l’immaginazione narrativa le loro vicende drammatiche».
La scintilla tra lo scrittore e quelli che sono diventati i protagonisti del suo romanzo Non saremo confusi per sempre, è scattata quando ha incrociato la vicenda della morte del giovane ucciso da una fucilata all’Isola di Cavallo, con quella del padre, medico tedesco successivamente al centro di un altro fatto di cronaca. «Mi è nato il desiderio di ri-narrare alcuni fatti, ma non è un libro noir, non sono Lucarelli, né Saviano - precisa lo scrittore - , anzi, può essere letto anche come un romanzo di formazione, un rito di passaggio, tutte storie di giovani, tragiche. A cui però ho dato una patina fiabesca, ho trovato un archetipo e una svolta inattesa. La realtà è irreversibile, ma la letteratura può ridare un senso alle cose». Nessun contatto con i parenti, sopravvissuti a questi drammi? «Ho inviato il libro ad alcuni di loro, non so come lo prenderanno. Ma ho trattato ognuna delle vicende con spirito molto rispettoso, sono racconti consolatori, almeno li ho sentiti così. E poi non è un romanzo cupo, anzi, scorre con leggerezza». Tra le vicende di cronaca su cui Mancassola si è soffermato a riflettere prima di scrivere il romanzo, c’era anche il caso Maso e la strage della sua famiglia. «Vivevo in quella zona, nel vicentino - rivela Mancassola - , conoscevo alcuni dei ragazzi accusati di complicità, ma alla fine quella storia non mi ha suggerito un "altrove" fantastico che approdasse a una svolta narrativa adeguata».
Così Pietro Maso è rimasto fuori dal romanzo e le «cicatrici» che lo scrittore ha cercato di lenire con la potenza catartica della fantasia, sono altre. C’è Eluana che diventa «Una bella addormentata» e fa da sfondo a un’altra vicenda, quella di Giulia, sedicenne in attesa di un bambino che non vuole nascere e della sua mamma, manifestante integralista contro l’eutanasia. E poi c’è il «ragazzo fantasma», 18 anni, ammazzato di botte a Ferrara dai poliziotti, che «muore invocando "basta", soffocando, ammanettato e sbattuto a terra fino a crepare in mezzo a una strada». Ma anche per questa storia, «la svolta» è singolare, inaspettata: il ragazzo- fantasma si trova insieme ai fantasmi di altre persone morte per mano della polizia, dentro la Casa di un reality show con concorrenti veri, umani. Una sorta di parallelo «ghost show», dove il riscatto dal dolore e dall’oblio diventa la visibilità: centinaia di telespettatori,parenti, genitori, che a una certa ora «vedono» in televisione i morti, mai dimenticati, una sorta di miracolo privato. «Alcuni quel giorno restarono a lungo assorti, alcuni confessarono a qualcuno cose mai confessate, alcuni piansero per la prima volta dopo anni, per qualche apparente sciocchezza, per la bellezza di un prato vuoto... quel giorno ad alcuni apparve chiaro che non ci fosse altra via d’uscita...attraverso il pozzo che il dolore di ognuno scavava, silenzioso, fino a congiungersi con l’infinito». -- Francesca Visentin







