Cosa può fare uno scrittore oggi, di fronte alla crisi? Quali mezzi ha per raccontarla? La via del realismo piatto sembra ormai chiusa. Narrare il mio precariato, i miei mille euro al mese, la mia paura in quanto tali serve a poco: si limita ad accumulare fatti come se questo bastasse a renderli paradigmatici. Mentre ciò che manca è proprio un'interrogazione più profonda attorno al senso che vi sta dietro: accettare la sfida della crisi significa accettare la sfida della complessità, e darsi uno compito all'altezza.
Ma allora come fare? Una strada potrebbe quella della letteratura impegnata, che fa da guida morale al lettore; un'altra è quella dell'ironia ad ogni costo. Sono entrambe lecite, ma io ne suggerisco una terza. In tempi in cui il modo imperativo è così diffuso nella nostra lingua (godete! indignatevi! ridete! cliccate!), forse potremmo coltivare dei modi più elusivi — dei modi condizionali, che non pretendano di dominare (o ricopiare banalmente) il caos di questi anni, ma che lo interpretino con umiltà.
Storie capaci di indagare davvero questo disorientamento. Storie che guardino a un orizzonte cognitivo più ampio. Storie capaci di offrire, come diceva Stig Dagerman, "una consolazione più bella di una consolazione e più grande di una filosofia, vale a dire una ragione di vita".
Penso ad esempio all'ultimo libro di Marco Mancassola, Non saremo confusi per sempre (Einaudi 2011). L'autore prende alcuni episodi chiave della nostra storia recente — Alfredino Rampi, Eluana Englaro, Federico Aldrovandi... — e li rilegge attraverso il filtro della fiaba. Tutto questo senza intaccarne la violenza originaria, ma elaborandola con delle conclusioni diverse, capaci di dare una nuova veste al nostro immaginario — un nuovo senso al nostro dolore. Forse è così che possiamo raccontare anche la crisi: con pietà e coraggio, e la speranza che la confusione un giorno avrà fine.
— Giorgio Fontana







