Cosa penserebbe Stan Lee, ideatore dei Fantastici Quattro e di altri eroi della Marvel, leggendo La vita erotica dei superuomini di Marco Mancassola? Come reagirebbe nel vedere Reed Richards, l’uomo che un tempo allungando il proprio corpo di gomma riusciva a salvare il pianeta intero dalle Forze del Male, alle prese con debolezze più che umane? Nel romanzo di Mancassola – thriller esistenziale e allegorico (avrebbe potuto intitolarsi spenglerianamente Tramonto Occidentale), giunto sugli scaffali delle librerie lo stesso giorno in cui gli Stati Uniti festeggiavano la vittoria di Barack Obama – gli eroi senza macchia e senza paura del Sogno Americano del Dopoguerra sono comuni mortali in preda a sindromi maniaco-depressive. Smessi i panni di superuomini, calatisi nella quotidianità di un mondo sempre più complesso, in una New York inquieta, in cui – per dirla alla McInerney – le luci sono spente ormai da tempo, Superman, Batman e Reed Richards sono costretti a gettare la maschera e a mostrare il loro volto umano.
I loro corpi, una volta belli e invincibili, si scoprono improvvisamente vulnerabili. Pieni di cicatrici e di ferite, interne ed esterne. I limiti, le insicurezze e le ossessioni, che affiorano nella loro vita sessuale e sentimentale, sono la metafora della profonda crisi di valori che li circonda. Di un meccanismo che improvvisamente si inceppa e non funziona più. L’euforia generalizzata degli anni ’80 – ritratta da Ellis nell’affresco dostoevskijano di American Psycho – a distanza di due decadi, nei giorni del credit crunch e della bolla finanziaria, si trasforma nelle pagine di Mancassola, in una potente allegoria kafkiana, che intercetta e fotografa un preciso momento storico. Con tutto il suo corredo di paure, angosce e speranze.
La vita erotica dei superuomini – come sottolinea ad Affari Cristina Tizian, "editor" di Rizzoli, che ha seguito la gestazione di questo spettacolare romanzo – è un libro politico. Politico nell’accezione etimologica originaria, perché fa riferimento, seppure in ottica allargata, alla polis. E perché porta con sé una visione forte. Politico perché ripudia autoreferenzialità e stilemi alla moda e «getta uno sguardo sul divenire». Attraverso l’allegoria infatti Mancassola va dritto al cuore del lettore facendogli intravedere la possibilità di una resurrezione. Le pagine dello scrittore veneto, che alterna con maestria ferocia e pietà, ironia e commozione, sono una «lente di ingrandimento sulla società americana, ma più in generale sul mondo moderno».
Ma ciò che fa di questo libro, dall’originalissima fabula, un romanzo maturo, assolutamente unico nel panorama letterario italiano odierno, è il suo stile. Mancassola riesce infatti nella difficile operazione di coniugare minimalismo e cultura linguistica, essenzialità e ricercatezza. Lavora di sottrazione, vira all’essenziale senza mai impoverire il lessico. «Marco ha una serietà nel lavorare la lingua davvero rara. Il suo non è minimalismo fine a se stesso, frutto delle mode… Lui sta creando uno stile e questa è un’assoluta novità in Italia…». «Io stessa – spiega la Tizian – mi sono accorta di questa sua straordinaria abilità in fase di revisione linguistica. Se provo a sostituire al suo testo un termine con un altro, la struttura non regge più. Questo significa che la sua lingua è ponderata, razionale ed ha raggiunto un livello di equilibrio e di maturità davvero notevole.»
Massimiliano De Pasquale, Affari italiani



