RAIMO >> Si diventa adulti quando qualcuno ti chiede di insegnargli qualcosa. Ti può capitare per la prima volta anche a otto anni quando lo fa tuo fratello più piccolo, ma se fai il professore è una sensazione nitida e pervasiva: un passaggio di testimone continuo dato dall'idea che ci sono delle frasi che hai detto che ti sopravviveranno. Mi viene in mente ogni anno quando fra i miei studenti che mi chiedono di aiutarli a fare la tesina per la maturità, ce n'è sempre qualcuno cui salta in mente l'idea di farla sul suicidio. Non so se quest'attitudine sia indotta dalla mia selezione del programma (dovrei concentrarmi di più su Hegel e il positivismo invece di indugiare su criptodepressi del calibro di Kierkegaard e Schopenhauer?), ma tant'è che ho già una serie di consigli di bibliografia bella pronta: Durkheim, Camus, lo stoicismo... Li seguo e li incoraggio insomma, anche se mi chiedo – capita spesso con gli adolescenti – se mi vogliano lateralmente comunicare qualcosa che io, il professore babbeo, non ho la capacità di intuire. D'altra parte però ragionare sul suicidio – l'avrò imparato anche io da Camus – mi è sempre sembrato un modo ineludibile per interrogarsi sul senso della vita, e – l'avrò invece imparato da Thomas Bernhard – per liberarsi un po' dai propri demoni.
È vero che a forza di ragionarci ho imparato molte cose: so per esempio che ogni anno nel mondo si suicidano all'incirca un milione di persone, so per esempio che l'età minima in cui ci si toglie la vita è undici anni, so per esempio – l'ho visto nell'incredibile documentario The bridge – che il Golden Gate di San Francisco è ancora uno dei luoghi d'elezione per lanciarsi nel vuoto... Non che queste informazioni servano se non per quelle conversazioni da Trivial Pursuit disincantato di cui le nostre cene sono sempre ben fornite, ma al tempo stesso riescono a dare una forma a qualcosa che sta lì, atroce, e incomprensibile.
Perché comunque non ho gli anticorpi rispetto all'idea che qualcuno la faccia finita. Mi viene sempre una piccola fitta allo sterno ogni volta che leggo fra le notizie quella di un suicidio: qualcuno si è sparato perché pieno di debiti, il regista Tony Scott si è buttato giù dal ponte, la militante femminista Roberta Tatafiore aveva programmato tutto per mesi prima di ingollare delle pillole, il mio amato David Foster Wallace si è impiccato nel suo garage... Chiudo il giornale, ammutolisco, mi sento come qualcuno che ha perso. Reagisco con le armi povere come di chi sostiene un'altra posizione, del resto discutibile: la vita va vissuta. Ripasso quello che ho letto sul suicidio, penso alle parole di San Paolo per cui il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo, rimugino su quel saggetto di Houellebecq Restare vivi, e alla fine mi vengono in mente i miei studenti. Da una generazione all'altra, l'unica staffetta del testimone che possiamo passare rischia di essere sempre un poco scheggiata.
MANCASSOLA >> L'autrice americana Jennifer Egan ha scritto uno dei libri di fiction letteraria di maggiore successo degli ultimi anni. In italiano si intitola Il tempo è un bastardo mentre il titolo originale, A visit from the goon squad, suonava grosso modo Una visita dalla squadra dei picchiatori.
Chi sarebbero i picchiatori? Il tema del libro è il passare del tempo. Il tempo, il diventare adulti, poi vecchi, il modo in cui le cose e le persone inesorabilmente mutano, lasciando i protagonisti – un gruppo di personaggi legati all'industria discografica e della musica punk, che crescono e invecchiano ognuno a modo suo – stupiti e malconci, proprio come dopo la visita di una squadra di picchiatori.
Nell'epoca delle mille promesse tecnologiche, delle chiacchiere di rito delle rubriche scientifiche sui possibili strabilianti modi di allungare la vita umana, il passare del tempo è di fatto ancora il grande avversario, il nodo struggente-dolente delle nostre vite. Anzi, lo è oggi più che mai.
Lo stupore eterno di fronte al passare del tempo assume un sapore specifico sulla lingua di ogni generazione. Lo stupore di veder cambiare la propria faccia e quella dei propri amici. Sembravamo tutti così cool quand'eravamo più giovani. Ma viviamo in una cultura in cui invecchiare è per definizione la peggiore sconfitta e per questo, semplicemente, sembra non esserci un modo dignitoso di farlo.
Il passaggio del tempo è una questione di cambiamento – questo lo sapeva già Aristotele. Ma in un'epoca di depressione sociale, il problema del crescere e dell'invecchiare si acuisce soprattutto perché il passare del tempo è una questione di senso, e di rapporto tra aspettative e realizzazioni.
Come sognavamo da piccoli il futuro, pieno di macchine prodigiose? Un disco dei Kraftwerk trasformato in quotidianità? Crescendo, ci si accorge che l'avvento del futuro non riguarda tanto la tecnologia quanto il sentire, i sentimenti. Riguarda il panico strisciante e la stanchezza mortale che iniziano ad esempio, un giorno, a pervadere un'intera società. Riguarda la nostra intimità e la nostra incertezza, il nostro essere così vulnerabili.
Se il postmoderno era dominato dalla percezione di un limbo infinito, allucinato e senza uscita, il presente pare dominato invece da un senso di caduta verticale, vertiginosa, in cui tutto precipita e cambia con furia drammatica. È buffo: nella caduta, vedi gente aggrapparsi ai propri tablet e giocattoli tecnologici come fossero dei paracadute. Altra che continua isterica, se ancora può permetterselo, a ingoiare costose pillole anti-radicali liberi mescolate a dosi di ansiolitici.
Come ogni caduta, sa essere spaventosa e inebriante. Ricorda quei video di tizi che si buttano dagli aerei e ballano e fanno capriole in caduta libera. È in questa caduta che si deve restare vivi. E fare a pugni con i picchiatori.
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo. Pubblicato su Rolling Stone, ottobre 2012.]







