RAIMO >> Andare all'estero o restare in Italia? Accettare un lavoro da sfruttati pur di tenersi il posto o fare una vertenza? Mettersi a lavorare o iscriversi all'università? Prendere una facoltà che mi piace o provare in un'altra con cui forse poi sarà più facile trovare lavoro? Sposarsi o provare prima una convivenza? Fare un figlio o rimandare a un periodo magari migliore?
L'aspetto meno evidente ma più strutturale della condizione come si suol dire precaria è di illuminare in maniera spesso abbacinante la condizione umana: l'incertezza non è solo quella per un contesto sociale che dipende zero da noi, ma consiste nel dubbio tagliente sulle conseguenze delle nostre scelte. Che fare? Cosa rischiare? Qual è decisione giusta?
Ecco quella che Kierkegaard chiamava l'angoscia della libertà: non ci è concesso esimerci da un aut aut, dall'imboccare una strada oppure un'altra. Ma se questa fin da Adamo è la sorte dell'essere umano (poteva coglierla quella mela o lasciar stare, voi che avreste fatto?) che cos'è che oggi sembra rendere insostenibile quest'angoscia? In un libro di qualche anno, La fatica di essere se stessi, Alain Ehrenberg provava a ragionare sulle ragioni storiche del dilagare della depressione, e ipotizzava che la causa andasse rintracciata in una trasformazione epocale: la nuova norma del capitalismo avanzato non è più quella della conformità a regole sociali, ma quella dell'efficienza. Se non fai, se non fai in modo produttivo, compulsivo, non sei. Ogni nevrosi oggi è solo una versione dell'ansia da prestazione.
Per questo alle volte, condannati a un impossibile attivismo, riusciamo a assaporare un fantasmatico spirito di libertà solo quando perdiamo tempo, cliccando da un sito all'altro, aprendo e chiudendo qualche fotogallery, aggiornando lo status su facebook, chattando con un qualcuno che non abbiamo mai visto in faccia. Oppure addirittura autoparalizzandoci, non facendo nulla, gustando appunto il sapore del vuoto di uno spleen molto simile a una vera e propria depressione.
Consideravo tutto questo un giorno mentre ero a messa qualche settimana fa. Mi veniva in mente la soluzione di Kierkegaard di fronte al paradosso dell'angoscia: ossia sostanzialmente la fede. Ecco, mi dicevo, se uno conoscesse il proprio destino, se fosse certo che la propria vita ha un senso, l'angoscia perderebbe la sua morsa. Dev'essere stato facile per i profeti, per Abramo, per Gesù: andavano incontro a una serie di tribolazioni, ma lo sapevano. L'avevo risolta così, quando mi è capitato fra le mani un libro di padre Ernesto Balducci, Cristianesimo come liberazione, che parlando di Cristo scriveva che se avesse già previsto tutto, non sarebbe stato veramente un uomo. Insomma anche questo figlio di Dio, mi sono chiesto, non era sicuro di cosa gli sarebbe capitato a trentatré anni?
In mezzo a un'Europa che decide del nostro destino come un impero, di fronte a un governo che si comporta in modo pilatesco, nella foga di ricerca di capri espiatori capaci di illuderci sull'origine di questo tempo di crisi, nel mio piccolissimo calvario quotidiano alla fine tutto sommato mi sono sentito meno solo.
MANCASSOLA >> All'inizio di settembre, nel tradizionale momento del ritorno dalle vacanze, ho realizzato che la maggior parte delle persone che conosco non ha fatto, quest'anno, vere e proprie vacanze. Non era una grande sorpresa. Dicono le statistiche, e le voci stanche degli amici, che si lavora sempre di più, per sempre meno reddito, riconoscendo in ciò che si fa sempre meno senso.
La maggior parte delle persone che conosco, in effetti, ha sbattuto il naso da tempo contro i cambiamenti epocali. La scomparsa della mobilità sociale. Il sistema economico che gira a vuoto come un motore senza olio. L'esaurimento pervasivo delle risorse – delle risorse naturali, di quelle economiche, di ogni discorso politico, di un progetto condiviso di società, delle risorse emotive di massa più positive.
Non tutti ovviamente si esprimono negli stessi termini. Ma è sorprendente quanto sia diffusa, in termini definitivi, la consapevolezza di affannarsi per tenere in piedi un sistema morto. E se questa è la consapevolezza, difficile non ritrovarsi depressi.
La maggior parte delle persone che conosco, d'altro canto, non saprebbe cos'altro fare. C'è chi tiene duro. Chi cerca un secondo, un terzo lavoro. Chi legge libri di teorie del complotto. Chi si aggrappa all'uscita del nuovo Iphone come ultimo orizzonte visionario possibile. Chi pensa ancora di votare 5 Stelle. Chi appartiene a categorie professionali particolarmente minacciate e partecipa a manifestazioni, a occupazioni. Ma la grande rivoluzione in stile primavera araba, a lungo favoleggiata da certi attivisti, contro la dittatura dei mercati, è rimasta ben lontana.
Ci sono altre consapevolezze. Sensazioni embrionali che sono cresciute, laggiù, nel fondo della coscienza, ancora più paralizzanti. La sensazione che i problemi globali –recessione, esaurimento delle risorse, emergenza ambientale– sono interconnessi in maniera così intricata e profonda da renderli problemi pressoché ingestibili, inaffrontabili. La sensazione che gli sconvolgimenti socioeconomici determinati nei decenni passati sono irreversibili, una curva nera verso chissà dove – non molto diversa da quella dello sconvolgimento climatico. La sensazione che nel momento stesso in cui si dimostra un'ideologia fallimentare, il capitalismo dimostra comunque di avere vinto, con il suo ghigno da Joker, nell'immetterci in un vicolo cieco, nell'eliminare ogni via d'uscita.
È così che piccoli sconvolgimenti quotidiani, ad esempio una vacanza che non ci si può più permettere, riecheggiano l'angoscia dello Sconvolgimento globale, che cresce cupo come un moloch. Le nostre scelte si fanno difficili, impaurite, rallentate dal peso specifico crescente della realtà. I nostri mondi, privati e collettivi, si scontrano di continuo, collidono come i pianeti nel film Melancholia.
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo. Pubblicato su Rolling Stone, settembre 2012.
Immagine: Simon Roberts.]







