RAIMO >> Che ne pensate: la bellezza salverà il mondo, come fa dire Dostoevskij a Miskin ne L’Idiota? Mai come in questi ultimi 20 anni in Italia quest'idea è sembrata ingenua se non fascisteggiante. Chi voleva salvare il mondo è stato pronto a usare tutte le altre armi fuorché la bellezza. Indignati della domenica,fustigatori dei costumi, castigatori della casta à la Stella, o censori santjustiani imitatori di Travaglio: si è pensato che bastasse additare, intemerati, i guai politici e morali perché questa povera patria risorgesse dalle ceneri. Quanti nel frattempo ne avevano a cuore l'educazione estetica?
La bellezza è una parola perduta. Per usarla nel dibattito politico, Marco Belpoliti e un gruppo di intellettuali legati alla rivista Doppiozero.com l'hanno dovuta riesumare. L'hanno fatto citando il lavoro del Pasolini televisivo degli anni '70, La forma della città, e lanciando una campagna contro la decisione della giunta milanese di far costruire a Perotta (un architetto dal gusto come minimo dubbio) un hotel a nove piani, un progetto più che irrispettoso di un'estetica comune. Una città brutta con edifici brutti, induce a vivere male, a pensare male, e persino a sognare male.
Crollato il potere berlusconiano, non sono scomparsi i suoi giganteschi fantasmi. Quelli che in questi anni hanno contribuito a distruggere il gusto del pubblico, ad adulterarne lo sguardo, e la sua capacità critica. Volete degli esempi?
Dove vivo io, a Roma, il Sovrintendente alla Cultura si chiama Umberto Broccoli. Una carica – nella città culturale forse più importante al mondo – gestita in maniera discutibile dalla giunta Alemanno. Ecco, Broccoli è inadeguato (così l'ha definito lo storico Carandini), ha un curriculum da studioso poverissimo, ha deciso di tenersi tutti gli altri lavori con relativi stipendi nonostante abbia un ruolo pubblico così delicato... Ma non è l'aspetto giuridico, istituzionale, procedurale, e nemmeno morale, o la correttezza della fonte dei suoi proventi Siae, che è interessante valutare. No, la questione più stimolante è: provate a sentire alle 14 la sua trasmissione su Radio 1 Rai. A me sembra una palla mortale. Un coacervo di banalità, qualunquismo, approssimazione. Perché quando sono in pausa pranzo, non ho diritto a sentire qualcosa di più decente sul canale principale del servizio pubblico?
Stessa domanda che si potrebbe fare con Gigi Marzullo. Perché pare essere l'unico autorizzato a parlare di cinema in Rai? Non mi interessa sapere se e quali rapporti abbia intrattenuto con il potere, e se siano questi che gli permettono di rimanere “Responsabile della cultura di Rai 1". La domanda che voglio porre a voi è: quanto dobbiamo tollerare ancora tutta questa bruttezza? Quante generazioni devono passare per poter rivendicare la bellezza che ci è stata sottratta?
MANCASSOLA >> Una volta, alcuni anni fa, in una piccola intervista su un quotidiano locale mi capitò di accennare al paesaggio del posto dove sono nato, il Veneto. Quello che tutti sanno: il paesaggio devastato, il cemento, la campagna trasformata in orrida suburbia. Alcuni giorni dopo mi arrivò una mail piccata dall'ufficio stampa del governatore allora in carica, Giancarlo Galan. La mail mi informava di un'opera di demolizione di certi mostri architettonici avviata appunto dal governatore. Ottimo, pensai. Ma quante demolizioni servirebbero?
La distruzione del paesaggio e del territorio è uno dei classici temi nelle discussioni sul degrado italiano. Eppure è curioso quanta poca indignazione – in un'epoca in cui indignati e indignatori non mancano su qualsiasi tema – sollevi la questione.
Secondo Legambiente, 10.000 ettari di territorio continuano a essere cementificati ogni anno. Sei italiani su dieci vivono nel tipico paesaggio di sobborghi suburbani, capannoni, centri commerciali squallidi, snodi stradali, parcheggi slavati dall'ossido di carbonio.
Uno dei risultati è la distruzione pratica di ogni via d'uscita dal nostro moribondo sistema di vita. A sentire vari economisti, ad esempio il buon Guido Viale, l'unica alternativa alla crisi dell'economia globale è un ritorno a un'economia su scala più locale, a una vita che ritrovi il legame col territorio. Ragionevole. Ma come si ritorna al territorio, se il territorio nel frattempo è stato massacrato?
Allo stesso modo, il discorso ormai di rito quando si chiacchiera fra intellettuali precari – mollo tutto, in città affitti impossibili e lavoro zero, vado in campagna in mezzo al niente a coltivarmi i miei pomodori, almeno non morirò di fame – non regge. Nella maggior parte d'Italia, la campagna è ormai poco più di uno spartitraffico fra un grumo di superstrade. Il ritorno alle origini, alla terra, alla semplicità di un tempo rischia di essere utopia. Vorrei tornare a casa ma non c'è più casa.
Il cemento, questa superficie che impedisce al suolo di respirare, che sfoca il panorama in una coltre di bruttura grigia, è da tanto tempo la pelle metaforica d'Italia. Non si tratta solo di territorio ma di cultura e di emozioni. Nella cultura, nei media, nel discorso pubblico, quante brutture bisogna ancora demolire? Quanti personaggi osceni, rimasugli di altre ere, intasano il panorama?
Non so se la bellezza salverà il mondo. In questo tempo in bilico, l'unica possibilità pare andarsene. Come in quella canzone di Antony and the Johnsons – I need another world. This one's nearly gone. I need another world, a place where I can go. Ma andarsene dove? La verità è che le nostre vite sempre più riguardano non la scoperta di un altro mondo, bensì come sopravvivere fra le macerie di questo. Fra cumuli di macerie e improvvise radure. Scavare nella polvere fino a quando, beh, una scintilla di bellezza ancora brillerà.
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo. Pubblicato su Rolling Stone, aprile 2012.]







