Scrivere un'appendice per la nuova edizione di Last Love Parade è stato complicato. Anche se si tratta di una manciata di pagine, ci ho messo settimane. Deve avere a che fare con l'inafferrabilità dei tempi e del ritmo che ci circonda. Qui un brano dall'appendice.
Il trauma di Duisburg [2010] chiude gli anni zero europei. Altri festival elettronici resistono in Germania, ma la Love Parade era il grande raduno di strada del continente postmuro. E il suo naufragio finale non potrebbe essere più simbolico: un continente che scivola verso la recessione, la vertigine delle curve di disoccupazione e la crisi monetaria.
Il XXI secolo aveva aperto col fumo bianco dei gas al G8 di Genova. In termini globali, con l’immensa nube di cenere e polvere delle Torri crollate. Ed era proseguito all’insegna del trauma continuo, terroristico, di cronaca, ambientale, economico: il trauma a ripetizione diventa la vera droga del sentire collettivo, spacciato in dosi ravvicinate da tivù e rete.
In tutto questo, che ne è dei corpi e delle musiche? Il corpo della gioventù globale assorbe, va in overdose, si ribella, va in coma, sussulta, muore, resuscita. Sussulta, sussulta. Le convulsioni sono di vario tipo. Talvolta estreme… Dal nichilismo erotico del barebacking [sesso occasionale senza preservativo] tra i giovani omo delle metropoli occidentali, al nichilismo piromane delle gang nei riot inglesi dell’estate del 2011.
In una notte di agosto di tale anno, nel quartiere londinese di Enfield, gang di ragazzini incendiano il magazzino che contiene le scorte di catalogo di numerose etichette discografiche. Compresa la storica Warp. Intere collezioni di musica mai digitalizzata vanno distrutte. Quando vedo le immagini, mi fanno pensare al rogo della biblioteca di Sarajevo nel 1992. Non è un terrificante conflitto etnico ma è un patrimonio che va in cenere, in fumo, e una guerriglia che manda al rogo la cultura precedente. Anche se in questo caso non è cultura millenaria, è vecchia appena di un paio di decenni.
Già descrivere i «miei» anni 90 era uno sforzo complicato. Un pugno di anni così ambigui da sembrare sul punto di strapparsi, sempre, come un muscolo in uno sforzo impossibile. Ora, afferrare gli anni successivi è ulteriormente complesso. Che razza di musica, che tipo di ritmo ha intonato il primo scorcio del XXI secolo? Secondo un’interpretazione diffusa, sotto il profilo culturale e musicale gli anni zero si sono limitati a fare archeologia, scavare nella polvere. Riassemblare con stanchezza pezzi dei decenni scorsi. Retrò, revival senza fine, un decennio-museo illuminato da un biancore di neon livido e sporco. Le finestrelle di YouTube a illuminare gli angoli, col suo catalogo di brani e spezzoni televisivi del passato.
[da Last Love Parade, appendice alla nuova edizione 2012 - Il Saggiatore]







