
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo, ogni mese su Rolling Stone]
MM >> Fine di un altro anno. A volte si vorrebbe solo sedere in un angolo e respirare e tentare in qualche modo di fermare l'emorragia. L'emorragia del tempo. Stringerlo mentre cola giù tra le dita.
Dicono teorie scientifiche che il tempo accelera quando si cresce perché il cervello è saturo, tutto scivola via, mentre da giovani il cervello vergine voleva assorbire più dettagli, più conoscenza, e la ricchezza di dati disponibili produceva l'impressione del dilatarsi del tempo. In realtà sappiamo tutti che nel mondo contemporaneo la necessità di assorbire dati sempre nuovi non si ferma con la maturità, anzi. La massa assurda di dati che preme contro il cervello polverizza il tempo e lo rende insufficiente. È l'aumento della datasfera a comprimere il tempo.
Dicono altre teorie, scientifiche o parascientifiche, che il tempo accelera per tutti coloro che vivono in quest'epoca perché le pulsazioni energetiche della Terra aumentano. Come un metronomo impazzito. Un conto alla rovescia. Altri ancora come il teorico Ray Kurzweil esaminano la storia delle innovazioni tecnologiche e notano una costante curva di accelerazione, una rincorsa che pare condurre sull'orlo di un pauroso salto: adesso, proprio adesso, siamo sul punto di spiccare il salto.
Per paradosso, il tempo accelera anche per quelle generazioni occidentali che di fatto vivono nel limbo. In uno stato di attesa che dovrebbe favorire un senso di rallentamento. Attesa di una svolta, attesa di una realizzazione. Magari anche di un banale lavoro. Dicono statistiche molto più prosaiche che l'età media di chi si sposa in Italia è cresciuta di oltre quattro anni nel corso degli ultimi due decenni. Per l'ovvia ragione che convivere senza matrimonio è più comune e, ancora più, per l'altrettanto ovvia ragione che a lungo si resta ad aspettare un lavoro stabile, una chance di “sistemazione” – qualunque cosa ormai questo significhi.
Per Karl Marx, il punto focale della realtà era il produrre. Per Baudrillard il vero lavoro sociale richiesto alle masse era il consumare. Per Mark Zuckerberg è il connettersi. Eppure, oggi, difficile sfuggire al sospetto che l'ultima ingiunzione del sistema, piuttosto sinistra, sia quella di aspettare. Aspettare. Una qualche via d'uscita? Una rivelazione? Un azzeramento di tutto?
La verità è che mentre si aspetta si invecchia in fretta e i trentenni di oggi mi sembrano a volte i più intimamente vecchi della storia umana. Esausti. Sfiniti. Nonostante il giovanilismo diffuso e la cultura del corpo. Poterlo avere, un euro per ogni volta che ho sentito un trentenne lamentare quanto si sentiva vecchio. Masticati dal sistema e sputati. Giovani fuori e desolati dentro. Aspettano, non hanno tempo.
Anche per questo in un'epoca in cui la rivoluzione, per quanto urgente, pare difficile per mancanza di un pensiero coerente in grado di guidarla, aumenta invece l'incidenza delle rivolte. La prima è un progetto, le seconde uno sfogo episodico, una scintilla nel buio. Secondo lo studioso Furio Jesi, la rivolta è una “sospensione del tempo normale”. Il tempo normale cioè quello del sistema. La rivolta lo strappa durante un miracoloso o traumatico frangente, per rivelare che forse di là c'è qualcosa. Al di là di questo tempo, qualcosa d'altro.
CR >> “Indubbiamente, ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo. La mia, però, sa che non potrà riuscirci. Ma il suo compito forse è più grande. Consiste nell’impedire che il mondo si sfasci”. È un pezzo del bellissimo discorso che pronuncia Albert Camus alla premiazione per il Nobel alla letteratura, nel 1957. Per molti, l’afflato cieco per la rivoluzione era stato vaporizzato appena l’anno prima dalla repressione sovietica in Ungheria. Nei paesi vicini a noi, il boom esplodeva e i giovani diventavano quello che sarebbero stati da lì in avanti. Una cosa che prima non esisteva: al tempo stesso una classe di contestatori permanenti e di consumatori perfetti. Su questa ambiguità, si giocano anche oggi le rivolte planetarie. Capita così che rifare il mondo possa semplicemente voler dire rifarti il cellulare. E che il comandamento morale di Steve Jobs stay hungry possa essere facilmente ridotto a non perderti la nuova applicazione.
Se mai vi è capitato di leggere l’Uomo in rivolta, sapete quale valore etico Camus attribuiva al dissenso, e quanto riteneva difficile mantenere la capacità di ripensare la società quando le rivolte si rivelano mode politiche o il semplice avvicendamento di un potere clone di quello precedente. Del resto, una quantità di impulso rivoluzionario oggi non viene negata a nessuno, che sia una vetrina da sfasciare o un appello da firmare.
Così se è sempre più complicato riconoscere davvero quali pratiche portino a un vero cambiamento sociale, si potrebbe provare a utilizzare un piccolo rasoio di Occam: non credere più alle rivoluzioni che hanno a che fare con il consumo. Che sia consumo di tempo, di parole, di energia, di gioventù, di emozioni, di idee. La domanda che dobbiamo porci è: non è che per oppormi a un certo sfruttamento, sto sfruttando qualcos’altro, foss’anche la mia buona fede? Per questo, gli esempi più convincenti a cui possiamo guardare come modello in tempi di crisi, sono quelli che appunto riguardano non tanto il rifare il mondo, ma l’evitare che si sfasci.
Date un’occhiata a quello che scrive Richard Sennett nell’Uomo artigiano o anche ascoltate il Nobel per l’economia 2009 Elinor Ostrom quando parla di beni comuni. Se l’uno ci dice che dobbiamo riappropriarci del valore del nostro lavoro (anche quello intellettuale) in funzione di un nuovo umanesimo, l’altra ci mostra come le società che crescono sono quelle capaci di opporre al banditismo del mercato o all’inefficienza della burocrazia statale, la tutela per quello che è di tutti – dall’open-source alla scuola pubblica alle biblioteche alle risorse energetiche... Dobbiamo reimparare dalla capacità di trasmissione del sapere delle botteghe rinascimentali: processi lunghi, integrazione tra attività pratica e mentale... (ci dice Sennett). O da quelle comunità montane che dal ‘500 si occupano della cura dei pascoli comuni (Ostrom). Per capire che la partecipazione a una battaglia politica deve coinvolgere chiunque in compiti fondamentali: preservare il cambiamento, condividere le conoscenze e le responsabilità, provare a invecchiare insieme dignitosamente. Per non ritrovarci come quelli che a cinquanta o sessant’anni anni ora dicono: “Scusateci, abbiamo fatto parecchi errori, voi giovani evitateli”, e dover far aggiustare a qualcun altro quello che abbiamo sfasciato noi.
[pubblicato su Rolling Stone, dicembre 2011]