[questo mio articolo è comparso su Rolling Stone, gennaio 2010]
Foto: London Marathon 2008
Non torno a Londra da alcuni anni. In questo tempo ho pensato spesso alla città come a una sorta di amante perduta, con un misto di desiderio e rabbiosa ripulsa. Suppongo sia l’effetto che ti fa una città dove hai vissuto una parte importante della tua vita e che a un certo punto sembra averti respinto con il suo costo della vita, con la sua paranoia metropolitana, persino con la qualità malaticcia della sua aria. Nel corso degli anni avevo conosciuto la Londra degli squat illegali di Hackney, quindi la Londra narcotizzata dei club degli anni Novanta. Infine conobbi la Londra relativamente più tranquilla di un seminterrato non lontano da King’s Cross, dove l’unica spiacevolezza era la fermata del bus a pochi metri dalla mia finestra, con gli ubriachi che di notte stazionavano e ingaggiavano risse rumorose.
Cos’altro ricordo di quell’ultimo periodo londinese? Ricordo il caso della balena che risalì il Tamigi lanciando il suo brillante spruzzo di lacrime, prima di morire mentre una folla commossa scattava foto dall’Albert Bridge. Ricordo l’assassinio di Jean Charles de Menezes, il ragazzo brasiliano scambiato per un terrorista e fatto fuori dalla polizia con una scarica di proiettili alla testa. Nelle foto sui giornali il ragazzo brasiliano aveva un viso da bambino di una purezza sconvolgente. Ritagliai una di quelle foto e la tenni sulla scrivania. Camminavo all’alba per la città e sentivo quasi un inquieto fantasma soffiare sui marciapiedi e sull’acqua dei canali. Ero inquieto quanto quel fantasma, ero solitario e senza soldi, decisi che era tempo di andarmene. Era il gennaio del 2006. Dovetti regalare o lasciare molta della mia roba e abbandonai anche il mio vecchio dizionario di italiano, quello che consultavo quand’ero a caccia di sinonimi e significati etimologici e che mi aveva accompagnato nella stesura dei miei primi due romanzi. L’ultima cosa che ricordo fu il dolore di staccarmi da quel dizionario.
Sono molte le memorie personali che riaffiorano leggendo un libro come Londra chiama, il volume di Valentina Agostinis che parla della metropoli britannica facendo parlare i suoi scrittori. Assemblando una serie di conversazioni con otto importanti autori londinesi, il libro compone un ritratto della città e delle sue recenti ossessioni: l’incessante opera edilizia che distrugge/trasforma il volto dei quartieri in vista dei giochi olimpici del 2012; la Hackney anarchica di un tempo, rifugio di squatter e variopinta umanità, che sparisce sotto le ruspe; le bande di ragazzini di diverse etnie che si aggirano in questi paesaggi in mutazione, con i loro slang e le loro bianchissime scarpe da ginnastica.
Ci sono i postumi della sbornia del blairismo: l’ambigua stagione politica che a cavallo del millennio lanciò la Cool Britannia degli artisti internazionali, dei media, del consumismo senza rimorsi. La guerra all’Iraq nel 2003 sancì il momento della disillusione e del disagio diffuso. Efficace la sintesi dello scrittore Hanif Kureishi: “Abbiamo venduto le nostre anime in cambio della libertà di fare shopping e di scopare come e quando ci piace. Oltretutto, noi non ci vantiamo forse di essere illuminati, liberal e democratici mentre sguinzagliamo, giorno dopo giorno, un turbine di disastro e morte sul mondo musulmano?” Proprio queste contraddizioni avrebbero aperto la strada ai noti attentati del 7-7-2005. Si rivelarono allora gli attriti del multiculturalismo e la paranoia dell’enemy within, rappresentato dai giovani cittadini britannici musulmani che diventano terroristi.
Lungo la strada dove vivevo, e qui riprendo il filo dei ricordi personali, un anonimo locale cruising per soli uomini confinava porta a porta con una moschea. Ecco il tipo di accostamento affascinante e terrorizzante che compone la realtà quotidiana di una città come Londra. Si può difendere questa complessità o si tratta di un’esplicita bomba a orologeria? Mentre la città continua la sua corsa, non manca comunque lo spazio per ricordare la bellezza, la gloria straziante delle sue strade, dei suoi pub, della sua luce, della sua umanità. Quando chiudo il libro di Valentina Agostinis, il solito misto di sconcerto e nostalgia mi stringe lo stomaco. Gli amici rimasti a Londra dicono che la città è adesso meno costosa e, malgrado i tanti contrasti, non meno vitale di un tempo. Mi sfiora un pensiero. Mi chiedo, chissà, se non sia giunto il tempo di tornarci. Mi chiedo se ritroverò il mio dizionario.
[Valentina Agostinis, Londra chiama. Otto scrittori raccontano la loro metropoli. Il Saggiatore, pp. 224, euro 16. Il volume raccoglie le interviste e gli incontri dell’autrice con James G. Ballard, Gautam Malkani, Will Self, Hari Kunrzu, Monica Ali, Iain Sinclair, Hanif Kureishi, Nick Hornby.]



