Ha lo sguardo di un
bambino attonito. È un attimo di pura straziante nudità. Spunta di nuovo fuori
dalla macchina, il viso lacerato. Colui che ha fatto del suo viso un logo
onnipresente sembra volersi esporre anche adesso, ancora una volta, si guarda
intorno con smarrimento e resta sotto i flash dei fotografi, per alcuni
infiniti attimi. Lo spettacolo di uno dei corpi più esibiti del mondo si
rovescia in drammatico spettacolo di sangue. Si vorrebbe sinceramente correre
lì, soccorrerlo, tamponargli il sangue con un asciugamano e chiedergli perché
si è ridotto così, come ha fatto a giungere a questo punto. Come hai fatto?
Perché sei qui? Non ti eri reso conto, finora, che stavi riducendo questo paese
a un buco livido e pieno di follia latente? Un premier dai tratti sempre più
psicotici colpito da uno psicotico vero e proprio, sembra quasi una specie di regolamento di conti tra diverse follie. Preferivamo non vedere questa
scena. Mentre si guarda intorno senza parole, il sangue che gli riempie la
bocca, persino lui sembra chiedersi come sia possibile essere giunti fin qui.
Sembra cercare qualcuno. Sembra cercare una risposta. Ma intorno c’è solo una
folla isterica, e un intero paese che assiste, come sempre, come davanti a un
nuovo incomprensibile, estremo colpo di teatro.
Impossibile
non provare pietà per questo volto. Perché poche volte si è visto un uomo così
solo. Una solitudine che si è manifestata sempre più spesso, negli ultimi
tempi, come un bagliore che filtra attraverso gli squarci di un sipario. La
voce rauca, da vecchio amante stanco, mentre parla con Patrizia D’Addario nelle
registrazioni che lei, a insaputa di lui, sta realizzando; oppure, più di
recente, le spalle curve e l’andatura rigida, da signore affaticato, mentre
sgambetta accanto al dittatore Lukashenko sotto le immancabili telecamere. Perfino il fido Bruno
Vespa che nel suo ultimo, apologetico libro, ha scritto candidamente che “È
stato spesso sottovalutato il peso della solitudine in Silvio Berlusconi.”
Solitudine alla quale crediamo, ma non solo per le traversie familiari elencate
da Vespa: pensiamo piuttosto alla paranoica, insaziabile solitudine del potere,
la solitudine che conduce un uomo a cercare di stringere il mondo nel proprio abbraccio
e a trascinarlo con sé nella propria parabola, nel proprio personale inferno.
La
solitudine al potere. Dev’essere per questo che ci ha fatto così male vedere il
sangue sulla sua faccia, vedere il suo sguardo per un attimo così indifeso. Ci
dispiace per lui. Ci dispiace per noi. Perché la violenza è uno strappo che
ferisce la pelle di tutti, sempre, e perché la sua solitudine emana qualcosa di
gelido, di lancinante, che in qualche modo ci raggiunge. Il suo abbraccio su
questo paese non è mai stato così fragile e per questo così stretto. Persino
nell’ora in cui la piccola riproduzione di un monumento, simbolico pezzo
metonimico del paese, plana sul suo volto lasciandolo contuso, persino in
quest’ora lui non può che mostrarsi al suo popolo, soffermarsi un momento di
troppo fuori da quella macchina. È un vero leader populista. Consapevole o
meno, sta offrendo al popolo ciò che il popolo in realtà vuole vedere, sempre,
del proprio capo: il suo sacro, scandaloso, inebriante sangue. Il segno della
sua umanità e mortalità. È il leader prima della caduta. È all’ultimo atto di
un rito feroce in cui è sacerdote, divinità, profeta, vittima sacrificale. È
davanti a noi. Si guarda intorno cercando il nostro sguardo. Non vuole essere
solo, ma sa di esserlo fino in fondo.
[nota successiva: questo pezzo è stato pubblicato su Il Manifesto del 15 dicembre 2009 col titolo L'altra faccia di un leader populista]

