[Questo mio commento è apparso su Il Manifesto del 29 ottobre 2009 con il titolo L'ordine della forza]
Alcuni erano ragazzi. Alcuni avevano forse commesso uno sbaglio. Questo non giustifica la fine che hanno fatto né la fatica assurda, disumana, affrontata da famiglie e amici per ottenere la verità. L’opinione pubblica è rimasta spesso indifferente. Morti del genere provocano disagio. La gente preferisce distogliere gli occhi: troppo imbarazzante ammettere che le persone pagate per difenderci finiscano talvolta, magari, per massacrare i nostri figli o i nostri amici.
Non si tratta qui di mettere in discussione il ruolo delle forze dell’ordine. Tutti conosciamo persone degne che indossano la divisa, uomini e donne che svolgono un lavoro non facile. Abbiamo visto molti di loro manifestare, proprio in questi giorni, per il giusto riconoscimento della loro dignità professionale. Ma neppure possiamo ridurre il problema della violenza, come spesso si tenta, alla retorica minimizzante delle ‘poche mele marce’. In primo luogo, inizia a nascere il sospetto che non siano poi così poche; in secondo luogo, viene da chiedersi in quale clima, in quale speranza di impunità, in quale cultura politica queste mele marciscano.
Sappiamo che la degenerazione democratica di un paese non è una cosa astratta. Nasce nelle ovattate stanze del potere ma si traduce in vita concreta, ricade a cascata in mezzo a tutti noi, prende corpo nelle strade e nei rapporti tra persone. Impossibile pensare che le contraddizioni e le tensioni di un paese in crisi non si riflettano nelle sue forze dell’ordine, che della convivenza civile in quel paese dovrebbero essere garanzia. Esse sono come un rene sensibile che assorbe le scorie, tutti i veleni di un organismo in difficoltà.
Ogni volta che un poliziotto picchia un ragazzo fermato perché aveva qualche grammo di fumo in tasca, o magari alza il manganello su un manifestante inerme, sta creando uno strappo. La società dei diritti è uno schermo eretto a proteggerci. Ma questo schermo è sempre più a brandelli e ciò che si vede, dietro, è un vuoto spaventoso. Il famoso “fascio soft” in cui molti italiani ritengono di vivere oggi, illiberale ma non certo sanguinario, rischia di rivelarsi non così “soft” quando per ogni minimo motivo, o anche senza motivo, si rischia di incontrare il manganello di un poliziotto.
Ora, sono passati più di otto anni da quando vari di noi hanno assaggiato il gusto acre del gas tossico CS e sono stati inseguiti da frotte di poliziotti sovraeccitati lungo i vicoli di Genova. La macelleria genovese del 2001, madre di tutti i soprusi polizieschi, non ha mai avuto una seria rielaborazione da parte di questo paese. Eppure, a prescindere dalle opinioni politiche, ogni cittadino dovrebbe sentirsi turbato dall’idea di quegli avvenimenti. La maggior parte dei ragazzi pesantemente pestati alla Diaz o di quelli sequestrati e torturati a Bolzaneto non avevano a che fare con alcun atto di vandalismo. La violenza degli agenti fu gratuita e per questo ancora più radicale. E per chi a tutt’oggi si ostina a difendere gli agenti coinvolti, viene da pensare ci sia una sola plausibile giustificazione: il desiderio nascosto, o forse neppure nascosto, di essere stato al posto di quei poliziotti, libero di menare allegramente le mani.
Non pesa solo l’eredità della Legge Reale. Sembra esserci in questo paese un rinnovato desiderio di violenza. C’è chi aspetta di vedere all’opera la mano meno democratica della polizia. C’è chi giustifica le mele marce e contribuisce così al diffondersi della malattia. Ma la gente normale, quella che rifiuta la violenza, quella che desidera sentirsi rassicurata e non impaurita quando vede una divisa: questa gente, cosa può fare?
[Originariamente apparso su Il Manifesto del 29 ottobre 2009]

