[una versione leggermente variata di questo reportage è stata pubblicata su Il Manifesto del 15 agosto 2009]
Un paese pieno di artisti che prova a risollevarsi dalla crisi finanziaria. Le principali banche nazionali sono fallite, ma gli artisti di Reykjavik non si arrendono. Uno scrittore italiano li ha incontrati, fra humour nordico, bellezze naturali, allegre bevute, onnipresenti bambini. Senza contare l’ombra di Björk.
Fino ad oggi, ciò che sapevo dell’Islanda ammontava a due fatti principali: primo, che si tratta di un paese ad alto tasso di creatività, e che un numero di artisti e musicisti divenuti famosi nel mondo negli ultimi anni vengono da qui. Secondo, che dopo un periodo di prodigiosa crescita economica il paese è stato vittima di una traumatica crisi finanziaria, dalla quale tenta oggi di risalire. Le maggiori banche nazionali sono fallite, un terremoto che ha fatto tremare l’intero pianeta.
Il giorno dopo, un sabato, visito uno dei musei d’arte contemporanea della città. L’Hafnarhús è un capannone riadattato nella zona del porto, una struttura d’acciaio e legno che ospita la collezione di Errò, indimenticabile artista pop islandese, ed esposizioni temporanee. Mentre mi aggiro per il museo vengo raggiunto da una sonora risata. Alzo lo sguardo: una videoproiezione mostra una modella che siede su un divano e ride, allegramente, all’indirizzo dello spettatore… La sorpresa aumenta quando realizzo che il viso della modella non mi è nuovo. Mi sovviene che l’ho incontrata la notte precedente sull’affollato terrazzo di un bar. La coincidenza mi lascia stupito. D’altro canto, in un paese dai pochi abitanti come l’Islanda, simili coincidenze non devono essere rare.
Più tardi racconto la cosa a Nina Magnúsdóttir, artista e direttrice del Living Art Museum. “In effetti in Islanda siamo poco più di trecentomila. E la concentrazione di artisti è alta”, sorride lei. “La crisi economica significa anche che la gente ha più tempo ed è più incline a tirare fuori il suo lato creativo. Ma è anzitutto un fatto di educazione: in Islanda tutti sono incoraggiati a fare arte, a mettere in piedi una band o qualcosa del genere.” Bionda, perfetto aspetto vichingo, Nina mi mostra gli spazi del Living Art Museum, struttura che da trent’anni si occupa di archiviare opere d’arte islandesi, da quelle underground a quelle di artisti affermati. Alcune persone sono impegnate a imballare delle sculture. L’atmosfera è quella di un laborioso cantiere. Un delizioso aroma di caffè ci guida a una piccola cucina. La struttura è gestita da un collettivo di artisti e ottenere finanziamenti, da qualche tempo, è diventato il tasto più difficile. “La mia critica”, dice Nina, “va soprattutto al settore pubblico. Hanno delegato in pieno al settore privato il supporto alla cultura: con il risultato che appena il settore privato va in crisi, anche la cultura va in crisi.”
La tappa successiva mi porta in un pub, il Boston, tra i ritrovi preferiti dal giro artistico di Reykjavik, un posto arredato con tappezzeria floreale, colonne di specchi, un pianoforte, la testa di un animale di peluche che sporge da un muro. Il bancone del bar è decorato con disegni di Gabriela Fridriksdóttir. Altri suoi disegni, con le tipiche e affascinanti forme organico-astratte, sono appesi a una parete. Oltre ad aver esposto ormai in mezzo mondo, Gabriela è nota per la sua collaborazione con l’islandese più celebre dei nostri tempi, Björk, per la quale ha realizzato un video e copertine di album.
“Tutto sta cambiando in Islanda, anche nel campo dell’arte. Eppure noi andiamo avanti”, attacca subito Gabriela mentre sediamo in un paio di vecchie poltrone. È una donna dal viso deciso e simpatico. “In ogni caso l’arte è sempre stata un campo in crisi. Magari prima in Islanda era più facile farsi sponsorizzare da una banca. Ma in generale sono sempre girati pochi soldi, l’arte è un campo dove bisogna cavarsela. Non abbiamo mai conosciuto altro che crisi!” dichiara ridendo.
Le dico che in effetti, nonostante tutto, la scena artistica di Reykjavik non pare scoraggiata. Si ha l’impressione di una grande vitalità nonché di un tenace senso dello humour. Il discorso si sposta sull’animo islandese e sul parallelismo tra il carattere delle persone e la natura circostante. “La mente di ognuno somiglia alla roccia su cui cammina”, dice. “Noi islandesi cresciamo camminando su roccia lavica, piena d’aria, nera e misteriosa.” Gabriela è nata nella cittadina di Isafjördur, nella regione dei fiordi occidentali, un posto di poche anime dove la natura “è dentro le persone. Se vai da loro a parlare di crisi economica ti chiedono: crisi, cosa sarebbe la crisi? Per loro nulla è cambiato, ci sono sempre il mare, la pesca, la natura.”
La natura islandese: confesso che non vedo l’ora di affittare una macchina e iniziare a esplorarla. Prima, però, voglio conoscere ancora gli umori della capitale. Girando per la città l’atmosfera è rilassata. Sul prato davanti al parlamento nazionale, la gente si stende a prendere il sole. Due dimostranti anti-europeisti issano i loro cartelli: dopo la crisi le istituzioni islandesi si stanno orientando all’idea dell’integrazione europea, sollevando il disappunto di alcuni cittadini.
Il prato antistante il parlamento ha visto proteste più massicce. Quando la situazione si fece insostenibile, tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, migliaia di islandesi iniziarono a riunirsi in questo luogo ogni sabato per manifestare. Per anni l’Islanda era stata in testa alle classifiche internazionali di sviluppo, ora invece il paese si trovava nel mezzo di un embargo bancario, la corona islandese perdeva metà del suo valore e la disoccupazione si affacciava in modo drammatico. Alla fine il governo ha dovuto dimettersi. Com’è noto, la guida del paese è stata assunta da una coalizione socialdemocratica capeggiata da Jóhanna Sigurdardóttir. Tra parentesi, il fatto che il primo ministro islandese sia una donna dichiaratamente lesbica tende a sorprendere gli stranieri. Gli islandesi, al contrario, si stupiscono soprattutto dello stupore degli stranieri.
Ovunque, genitori giovanissimi portano a spasso bambini. I bambini islandesi ti guardano placidi, bellissimi e colmi di una saggezza aliena. L’Islanda degli ultimi anni è conosciuta per l’alto tasso di divorzi e di genitori single ma anche per quello di natalità. Le due cose non sembrano andare in disaccordo. Quella sera, su un terrazzo di legno ricavato tra i tetti multicolori, mentre la folla ubriaca ondeggia in modo preoccupante, mi rendo che, con qualunque ragazza capiti di parlare, non importa quanto giovane, si scopre puntualmente che è madre di uno o più bambini.
Sullo stesso terrazzo mi rendo conto di un altro fatto, ovvero che da queste parti aleggia un fantasma pressoché onnipresente: quello di Björk. Faccio conoscenza con un tizio che mi dice di essere un cantante di musica tradizionale. Ha collaborato ad alcuni brani di Björk. Non passa più di un’ora che un altro tizio mi dice di appartenere a un gruppo artistico che ha collaborato a sua volta con Björk. Inizio a chiedermi se ci sia qualcuno, a Reykjavik, che prima o dopo non ha collaborato con Björk.
Infine, mentre rientro verso l’ostello, faccio l’ultimo curioso incontro della nottata. Questa volta è un gruppetto, due ragazzi e una ragazza che mi vengono incontro con aria alticcia. Ammiccando verso la ragazza uno dei maschi chiede quanto sono disposto a pagare per intrattenermi con la sua fidanzata. Mi metto a ridere e vado via. Simpatica gioventù burlona. Sento che continuano a urlarmi dietro in islandese, fino a quando è la ragazza stessa, in una specie di ultima offerta speciale, a gridare: “Forty-five dollars?…”
Il lunedì arriva il momento di visitare la storica galleria Kling & Bang. A farmi da guida è Erling T.V. Klingenberg. Artista e infaticabile animatore culturale, Erling mi conferma ciò che già sospettavo: in una città come Reykjavik tutti conoscono tutti. Tutti collaborano con tutti. Non si tratta di una cattiva cosa. I confini tra le arti sono labili, i fondi sono pochi e l’unione fa la forza. La maggior parte delle gallerie non hanno carattere commerciale ma sono spazi espositivi e aggregativi gestiti dagli artisti stessi.
Per i prossimi mesi la galleria Kling & Bang ha una miriade di progetti. Certo servono fondi, sponsorizzazioni, possibilità di affittare spazi, tutte cose che si sono fatte difficili. Nei tempi passati le banche sponsorizzavano, oggi quelle banche sono fallite. Uno dei colleghi di Erling usa un tono pessimistico: “Varie gallerie in città stanno chiudendo”, sospira.
Dal canto suo, Erling non perde il suo tranquillo entusiasmo. Racconta un aneddoto su una recente incursione a Londra: “Avevamo questo padiglione in una fiera dell’arte. Dentro facevamo musica e il rimbombo era così forte che la security pensava di continuo allo scoppio di una bomba. Ci hanno chiesto di interrompere perché nel padiglione accanto c’era Yoko Ono che teneva una lezione: ovviamente li abbiamo mandati al diavolo.” Erling ammicca e ride soddisfatto. “Negli stessi giorni c’è stato il tracollo delle banche islandesi. Da un giorno all’altro i nostri soldi valevano la metà. Un bello shock. Per fortuna nel padiglione avevamo un bar con il quale abbiamo raccolto parecchie sterline. Al ritorno in Islanda andiamo in banca a depositare le sterline e i tizi della banca ci guardano stupefatti. Un funzionario arriva, mette le sterline in una valigetta e se ne va senza neppure chiederci da dove venissero. C’era fame di valuta straniera…”
Più tardi, sempre con Erling, mi ritrovo nelle raffinate sale della National Gallery, altro spazio dedicato all’arte contemporanea, dov’è in corso il cocktail di lancio di un libro. Si intitola Icelandic Art Today ed è la prima ricognizione della scena islandese contemporanea. Il volume presenta il lavoro di una cinquantina di artisti. Erling, che appartiene alla rosa, mi racconta con ironia che la scelta degli inclusi e degli esclusi ha provocato non poche polemiche.
Un pianista a piedi scalzi suona ingegnose variazioni di Bach. Viene servito vino bianco ghiacciato. Uno degli autori della monografia, Christian Schoen, tiene un discorso in cui ringrazia i finanziatori del libro: significativamente, si tratta di banche straniere e non islandesi. Schoen, direttore di un’istituzione chiamata Center for Icelandic Art, è di nazionalità tedesca e più tardi mi confessa di avere, qualche volta, dei momenti difficili con la mentalità degli islandesi. “Siamo su un’isola”, ammette. “Tutto segue logiche oblique e un po’ strane.”
Non esito a credergli. Al tempo stesso inizio ad amare la stralunata simpatia dei locali. L’ultimo incontro è con Berglind Augustsdóttir, giovane artista underground che lavora in un negozio di souvenir. Quando la raggiungo sta ascoltando Micheal Jackson a tutto volume e i clienti devono alzare la voce per farsi sentire. Mi mostra le immancabili foto del figlio e mi parla del lavoro di artista. È appena stata a New York per una mostra di artisti legati alla galleria Kling & Bang. Della crisi commenta in modo sbarazzino: “La cosa migliore che potesse capitarci. So che per molti è un problema serio, ma per gli artisti di Rejkyavik la crisi ha riportato condizioni più genuine. Ha tolto l’assurda pressione a diventare ricchi e famosi. Inoltre, la città ha assunto un aspetto più europeo: meno americano, meno improntato ai soldi. Sono comparsi persino i graffiti per le strade. Anche se la situazione è preoccupante, c’è più senso di comunità adesso.”
Due giorni dopo, mentre le foto della presentazione del libro alla National Gallery compaiono sulla pagina mondana del quotidiano locale, faccio i preparativi per il mio viaggio di esplorazione dell’isola. Per un paio di settimane non vedrò altro che vulcani, ghiacciai, spiagge di lava, pozze calde, geyser, distese di muschio, cavalli, scogliere, gabbiani, deserti lunari. In fondo, non trovo molta differenza tra la bellezza della natura islandese e quella della sua arte. Hanno entrambe qualcosa di sconcertante e fiabesco.
Durante il viaggio ricordo che Erling mi ha parlato di un posto. Una piccola pozza naturale in uno sperduto campo di lava. La pozza sarebbe dotata di poteri magici. La sua acqua piena di minerali può guarirti da molti malanni. Quando infine la trovo, dopo avventurose ricerche, e mi immergo nel suo perfetto calore, capisco che c’è davvero qualcosa di magico. Mi piace pensare che l’Islanda sia questo. Un posto dove tutti camminano sulla lava. E dove c’è una pozza magica, da qualche parte, pronta a guarirti da ogni crisi.



