Chi parlerà la mia lingua? Loro la parleranno.
La ragazza cinese entra nel negozio di kebab, si rivolge al
ragazzo turco dietro il banco e chiede: “Vorrei due bambini.” Si rende subito conto dell’errore, fa una risata e
si corregge: “Due panini, per
favore!” Nel frattempo dietro il banco è comparso il titolare, un signore sui
cinquant’anni che evidentemente la conosce e la saluta in un italiano
dall’accento mediorientale. I due chiacchierano amabilmente. Il signore del
negozio sembra quasi corteggiarla, ma in un modo gentile, e l’italiano tra loro
è un linguaggio essenziale, eppure anch’esso gentile, e assai suadente.
Chi parlerà la mia lingua? La famiglia di origine indiana
siede al tavolo di un fast-food, vicino a me, un padre e una madre di quieta
bellezza, sui trent’anni, e due bambine in età da scuole elementari,
altrettanto belle, e figlie e genitori chiacchierano in italiano –corretto e
disinvolto quello delle bambine, un po’ indeciso e affettuoso quello dei
genitori.
Loro la parleranno. Il giovane uomo dai tratti esteuropei
siede sull’autobus, adocchia un altro tipo della stessa età, con i tratti
simili, e gli chiede in italiano se è anche lui albanese. No, è rumeno. I due
continuano a chiacchierare. Mentre l’autobus riparte, le loro voci tranquille
sopra il rombo del motore.
La ragazza dalla pelle scurissima cammina per strada con due
amiche, italiane, tornando da scuola, gli zaini sulle spalle, scherzando a
proposito di qualcosa, forse a proposito di qualche ragazzo. Dev’essere nata e
cresciuta da queste parti. Il suo italiano ha un notevole accento veneto.
Dove vado a volte a fare le fotocopie, un piccolo negozio a
ridosso della stazione, la gestrice montenegrina ha un’aria a prima vista
burbera, mentre accoglie una processione di uomini nordafricani, di colore,
indiani, cinesi, uomini che vengono a fare fotocopie e a ricevere e mandare fax
e sempre per le solite odiose faccende, permessi di soggiorno per se stessi e
per le famiglie, documenti su documenti dal senso non sempre chiaro, rinnovi che
non arrivano per colpa di atroci lungaggini burocratiche, mentre loro ne hanno
bisogno, e mentre la loro vita si fa sempre più complicata… La gestrice fa la
burbera perché i clienti hanno la testa dura, e non sempre capiscono bene
l’italiano, oppure lo capiscono ma si lamentano per tutta questa inefficiente
burocrazia e sembrano quasi prendersela con lei. Fa la burbera ma in fondo
cerca di aiutarli. Chissà quante altre complicazioni, adesso, con la nuova
rigidissima legge sull’immigrazione. Chissà quante complicazioni e
quanti dialoghi ancora, dentro il piccolo negozio, in un italiano pieno di
mille accenti, pieno a volte d’inevitabile sconforto.
Quando davo lezioni di italiano a Londra, ricordo la
soddisfazione –di più, ricordo il piacere, quasi la commozione– di sentire
qualcuno che entrava nella mia lingua, come in una casa, come in un nuovo
corpo. Non importava che le concordanze fossero a volte incerte. Non
importavano i verbi non sempre corretti. Chi se ne fregava dei congiuntivi. Una
lingua viva è questo, una materia elastica, malleabile, sempre perfezionabile,
uno spazio aperto, del tutto accogliente. Era come essere al centro di una
stanza e i miei studenti entravano e mi raggiungevano e lì restavamo, insieme,
dentro la morbida stanza della lingua italiana.
Lo stesso tipo di soddisfazione che sento ora nel negozio di
fotocopie, per strada, sull’autobus, nel fast-food, nel negozio di kebab.
Vorrei che la stanza restasse aperta. Vorrei che le
frontiere della mia lingua fossero aperte. Vorrei che il paese non invecchiasse
e non invecchiasse la mia lingua, vorrei che il paese non fosse chiuso e non
fosse chiusa la mia lingua, vorrei che il paese e la lingua non sprofondassero
in una stupidità provinciale e suicida… Vorrei che la mia lingua fosse un
patrimonio che si espande e grazie a questo non si perde, non si esaurisce, non
si estingue.
Chi parlerà la mia lingua? Chi la parlerà, in un paese che
invecchia anagraficamente e moralmente e nel proprio stesso vigore, e che
pure rifiuta di accogliere nuovi aspiranti italiani, un paese che rifiuta di
trasformarsi e di restare vivo, cioè in mutazione, cioè in accoglienza, cioè in
un processo di inclusione –che è anzitutto e sempre inclusione linguistica?
Chi parlerà la mia lingua? Loro la parleranno. Nonostante
tutto. Loro saranno i nuovi soggetti che imparano a dire io, noi.
Loro saranno quelli che parlano, che scrivono, coloro che in questa lingua
avranno forse esperienze, sentimenti, lotte da raccontare, laddove noi non
abbiamo più nulla, soltanto chiacchiere televisive, discorsi vuoti e senza
soggetto.
Loro la parleranno. La stanno già parlando.