La sicurezza dell'odio
di Giulio Mozzi
Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto ivoriano che viaggia seduto su questo treno, difronte a me. Io vado a Milano a fare il mio lavoro, lui va a Brescia a cercarne uno. Ha un amico che lavora in un cantiere, gli ha detto che forse. Io non ho voglia di farmi odiare dalla giovane coppia cinese che gestisce il bar dove vado spesso, quando ritorno da Milano che è quasi mezzanotte, a mangiare e bere qualcosa. Io non ho voglia di farmi odiare dalle signore slave, tutte sui cinquanta e ben piantate, che viaggiano insieme a me, d’inverno prima dell’alba e d’estate nell’alba già afosa, nella prima corsa dell’autobus numero tre: io scenderò in stazione per prendere il mio treno, loro cambieranno autobus, saliranno sul sette o sul diciotto, proseguiranno per la zona industriale. Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto pakistano che tante sere, quando arrivo tardi alla pensione dove mi appoggio se mi fermo a Milano, trovo addormentato, appoggiato sul banco della reception, la testa appoggiata sulle braccia incrociate: di notte fa il portiere di notte, di giorno fa il cameriere in una pizzeria. Io non ho voglia di farmi odiare dalla ragazza croata che è fidanzata con un mio amico triestino, e che avendo tirato troppo in lungo l’università – non per pigrizia, ma perché studia e lavora, e il lavoro stanca – ha dovuto rientrare in Croazia, e amen. È inutile che faccia le carte per un nuovo permesso di soggiorno, le hanno detto, tanto tra un paio d’anni anche la Croazia diventerà Europa, e tanto vale. Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto africano che qualche sabato fa, a Padova in Piazza delle Erbe, impacchettato in un completo nero con camicia panna, attraverso un microfono sfrigolante e amplificatori esausti spiegava a un pubblico radissimo e trincante – era l’ora dello spritz – che la crisi colpisce prima di tutto i lavoratori extracomunitari, che loro sono i primi a essere licenziati, e che dopo tre mesi di disoccupazione c’è poco fa fare, o vai via e ricominci da capo, o diventi clandestino. Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto keniota che per qualche mese ha stazionato fuori dal supermercato del mio quartiere e ha campato con l’euro o i cinquanta centesimi delle signore anziane alle quali spingeva il carrello, porta le borse, carica l’automobile: qualche settimana fa mi ha detto: «Basta questo. Adesso fabbrica, da lunedì», e mi ha mostrato il suo primo permesso di soggiorno. Non so se i nostri governanti se ne rendono conto, ma la meravigliosa legge sulla sicurezza che stanno cucinando in Parlamento avrà tanti effetti, e uno sarà questo: tutti questi giovanotti e giovanotte avranno un ottimo motivo per odiarmi; per odiare me, per e odiare tutti gli altri: anche lei, signora, anche lei, signore, che state leggendo questo articolo. Certo: i giovanotti e giovanotte dei quali ho accennate le storie sono per lo più ormai a posto con le carte. Ma molti di loro hanno attraversato – non solo inizialmente – periodi più o meno lunghi di vita da clandestino: mendicando, lavorando in nero, campando in qualche modo; e sanno che potrà capitare di nuovo: basta perdere il lavoro. Ci sono persone che partono da luoghi lontanissimi e affrontano viaggi tremendi per arrivare qui in Italia, e magari attraverso l’Italia arrivare altrove: perché a casa loro, semplicemente, si muore di fame, o si combatte una guerra assurda. Queste sono le persone che noi – noi: li abbiamo ben eletti, questi governanti – rispediamo indietro nei loro barconi che fanno acqua; le persone alle quali abbiamo già negato per legge una quantità di diritti, diritti che ciascuna persona ha al di là di qualsiasi legge perché è una persona e non una cosa, e alle quali ora ci apprestiamo a negarne altri ancora. Pensate solo – signore, signora che leggete – quanto ci odieranno le mamme che non riusciranno a tenersi i figli; pensate quanto ci odieranno tra dieci, quindici, venti anni, quando avranno capacità di capire, i figli tolti alle madri subito dopo il parto e resi istantaneamente adottabili. Questa legge che si sta cucinando in Parlamento è ben pensata: non ci fa odiare solo oggi, addirittura programma un calendario dell’odio per i prossimi dieci, quindici, venti anni. Signora, signore che leggete. Io non vi chiedo di voler bene a queste persone che arrivano qui fuggendo dalla fame e dalla guerra. Non vi chiedo di avere compassione per loro. Non vi chiedo di interrogarvi su quale politica dell’immigrazione sia opportuna per l’Italia. Non vi chiedo di domandarvi se sia buono o cattivo per l’Italia, un futuro «multietnico» (come se non lo fosse già il presente). Vi chiedo, semplicemente, di domandarvi se una legge che programma una tale produzione di odio contro di noi sia, effettivamente, una legge per la nostra sicurezza.

