Quando un disastro distrugge una città, non è sempre facile
distinguere tra partecipazione e curiosità morbosa, tra commozione e
sensazionalismo. Non è facile distinguere queste pulsioni in noi stessi,
figurarsi negli altri. Non è facile in una società dove ogni evento è evento
mediatico, dove ogni lutto è lutto mediatico e cioè amplificato, e cioè
collettivo, e cioè politico nel senso più ampio del termine.
Il nostro Presidente del Consiglio, in una delle primissime visite alle zone terremotate, ha ritenuto di dedicare vari minuti di conferenza stampa all’argomento degli sciacalli. Che lo sciacallaggio sia una triste realtà, lo sappiamo. Ma che addirittura entrasse tra le prime emergenze della situazione, un poco stupisce. Non sarà che, nella retorica di questo amabile signore che ci governa, al primo posto viene sempre la comoda, rassicurante individuazione di un Nemico?
Ora, bisogna darne atto, di sciacalli se ne sono visti. Bastava accendere la tivù. Gli sciacalli avevano puntualmente un microfono in mano e andavano a infastidire i parenti delle vittime, la gente delle zone colpite, i volontari al lavoro, con domande indiscrete. Abbiamo visto telecamere restare puntate sui volti dei parenti in lacrime per interi minuti, sequenze insostenibili non solo per il dolore che comunicavano, ma soprattutto per la spregiudicata mancanza di pudore di chi le realizzava. Abbiamo visto conduttori televisivi versare lacrime copiose e talvolta sospette. Abbiamo sentito la retorica del dolore riecheggiare senza fine. Del resto, cosa aspettarsi da un sistema mediatico che della retorica banalizzante ha fatto dogma?
Davanti all’irruzione della realtà drammatica e brusca di un disastro naturale, un giornalismo fondato sull’irrealtà rivela tutta la sua inconsistenza. Allo stesso modo, una cultura politica esercitata all’uso della bassa retorica, finirà per dare risposte magari in un certo senso persino di cuore, ma tragicamente fuori luogo: vedi le infelici battute sul ‘campeggio’ da parte del nostro Presidente del Consiglio, che come sempre trova il modo di far parlare la stampa mondiale di sé.
Con tutto questo, abbiamo sentito anche dell’altro. Abbiamo sentito e letto altri giornalisti fare il loro lavoro con rispetto. Abbiamo visto le persone colpite dal disastro cercare di farsi forza. Siamo stati testimoni di grandi prove di dignità. Abbiamo udito parole piene di dolore irreparabile ma anche di lucidità. Abbiamo udito molto significativo silenzio. Abbiamo saputo di un’ondata immediata di solidarietà, poco retorica e molto pratica.
Domani è Pasqua, la festa cristiana della Resurrezione. Nessuna delle persone morte nel terremoto risorgerà dalla tomba, questo lo sappiamo. Ancora una volta, ciò che deve risorgere è la nostra silenziosa dignità, il difficile peso della nostra umanità, del nostro essere sociali, il nostro uso del linguaggio, la nostra capacità di reagire. Il nostro modo di essere vicini agli altri, senza essere offensivi. Non è facile per nessuno. Auguriamoci di riuscirci.

