Di qualcuno che diventa un eroe, si ama la capacità di rappresentare un passaggio, una congiunzione, un tramite tra noi e un altro piano dell’esistenza –un piano superiore, ulteriore, migliore.
L’eroe è colui che accorcia una distanza, ci collega a una condizione che ci è migliore, più vera e più intensa, un oltre-noi che noi stessi, forse, potremo (dovremo) un giorno sfiorare: moralmente o intellettualmente o spiritualmente o chissà.
Muovendosi in direzione di un piano ulteriore, l’eroe dimostra che questo piano è esistente o quanto meno immaginabile.
L’eroe non è del tutto uno di noi, non è neppure compiutamente oltre-noi. Inevitabile malinconia dell’eroe. L’individuo-eroe sta lì, nel mezzo, e per questo il suo destino sarà solitario.
L’eroe, si tratti di un condottiero, di un rivoluzionario, di un artista, di un intellettuale, di un santo, di un ricercatore o anche ‘solo’ di un genitore o di un amante, sarà colui che in qualche modo agisce come un tramite, un ponte. Pertanto allude implicitamente all’oltre. Allude all’ulteriore e all’esistenza di un piano Altro. Un sedicente eroe ripiegato su se stesso, sul proprio status o sul proprio pubblico, non rappresenta un ponte verso alcunché e per questo, fatalmente, non sarà autentico eroe.
L’eroe può abbracciarci, ma subito deve ritrarsi. Se restasse, il nostro abbraccio lo soffocherebbe. L’eroe deve continuare a puntare, come una bussola, verso una realtà che ancora ci sfugge. L’eroe pare intimamente indisponibile a noi come a se stesso. Ha nostalgia di se stesso quanto noi ne abbiamo di lui. Di conseguenza si sta sempre cercando. Drammatico doppio movimento, doppia portata della sua ricerca: guarda verso l’oltre. Cerca di superarsi mentre cerca se stesso.
Sarà eroe sia chi salva il mondo, sia chi salva semplicemente la propria vita. Le due cose di fatto coincidono. A patto che la salvezza sia reale, vera, effettiva.
Come possiamo distinguere una salvezza reale da una irreale? Non possiamo. Non con certezza. Possiamo solo avere fede.
L’eroe ha bisogno di fede. Senza fede non esistono eroi. L’eroe, equidistante tra noi e oltre-noi, deve avere fede in entrambi questi due orizzonti di riferimento. L’eroe ha fede in noi e non per benevolenza, bensì per impellente necessità. Ha inoltre bisogno che noi abbiamo fede in lui e che la nostra fede lo sostenga in questo suo essere sospeso tra due mondi, tra due orizzonti. L’equilibrio in cui si trova è precario e miracoloso. Un eroe senza fede precipita all’inferno, e noi con lui.
Per questo l’eroe è erratico e inquieto. L’eroe non può fermarsi. Va in cerca di fede e di quei luoghi dove la fede imbeve ancora la sostanza delle cose. Solo dove c’è fede lui può fiorire e diventare ciò che è. Destino singolare di ogni eroe: non può decidere da solo di farsi eroe. È la fede del mondo, qualora questa fede sussista, a rimbalzare in lui e innescare il suo destino.



