La piccola chiesa dispone di poche sedie. La gente le occupa in perfetto silenzio. Chi viene quassù, sulla sommità della collina, va alla ricerca di una cerimonia religiosa più intima, più raccolta e meditativa rispetto alla messe distratte e meccaniche che si tengono spesso nelle parrocchie. La luce dalle vetrate è straordinariamente limpida. A tendere l’orecchio, si potrebbe forse sentire il rumore del mare, non molto distante in linea d’aria.
Il giovane monaco che intona i canti ha una voce piacevole. Sono lieto di stare a sentirlo.
Purtroppo oggi c’è un’aria un poco grave. Il pensiero di tutti è agli ultimi fatti politici. Allora accade che il giovane monaco, quando la cerimonia è già avviata, prenda la parola per condividere alcuni pensieri.
Ci facciamo attenti. Il giovane monaco sta dicendo di avere rispetto per lo Stato e per la Chiesa. Ma aggiunge di non poter accettare ciò che sta succedendo. Com’è possibile che la Chiesa, ‘la Chiesa alla quale io appartengo’, faccia di tutto per riaccogliere a braccia aperte quattro vescovi lefebvriani reazionari, e si accanisca con tanta disumana ostinazione contro un padre e contro il corpo di quella povera figlia? Com’è possibile che questo governo e questa Chiesa si ritrovino, strumentalizzandosi a vicenda, a stringere patti d’azione che richiamano in modo diretto i trascorsi più terrificanti della storia italiana?
Il giovane monaco è indignato. Usa parole piuttosto dure. La sua voce è ferma e il suo sguardo è chiaro, quasi brillante.
Fuori, faccio pochi passi sul prato. La chiesa dell’Eremo domina la sommità della collina. Sono grato a quel monaco per le sue parole, per la sua lucidità e per la sua coraggiosa indignazione. Il vento tiepido mi accarezza la faccia. Vorrei gridare verso il mare e chiedere che tutto in questo paese torni, per incanto, a essere normale e vivibile e umano.
Le azioni del piccolo tragicomico monarca italiano hanno smesso da un pezzo di sollevare stupore. Il delirio di onnipotenza di questo vecchio ributtante omino, deciso a compiere il suo progetto di totale demolizione democratica e pronto per questo a strumentalizzare il dolore di chiunque, è noto da tempo.
Ciò che ancora mi stupisce, anche se non dovrebbe, è che una Chiesa con già duemila anni di sbagli alle spalle riesca, ancora una volta, a tradire con sadico cinismo ogni principio evangelico, ogni senso di pietà e di semplice umanità. Quello che è stato scatenato intorno alla vicenda di Eluana Englaro è l’ennesimo caso, forse il più nitido ed esemplare degli ultimi anni, della sconcertante violenza vaticana.
Eppure questo non è un periodo storico come un altro. In un periodo in cui l’umanità affronta le sue sfide ultime, un periodo di confusione e di solitudine indicibile per l’intero genere umano, chi detiene un ruolo religioso ha il dovere assoluto di indicare una strada: una strada che guardi a un vero rinnovamento spirituale, all’apertura senza riserve verso l’altro, alla difficile ma necessaria mediazione con la libertà e con il dolore degli altri. Queste non sono opinioni: sono cose imprescindibili per la nostra stessa sopravvivenza di esseri umani. Da una leadership religiosa che si aggrappa invece ai rimasugli del proprio potere politico, e che sacrifica la dignità dei singoli in nome di questioni di principio fuori tempo massimo, quale indicazione può mai venire?
Questo Papa che ama i simboli della liturgia antica, che sfoggia un’abbondanza di paramenti rossi, che commette gaffe diplomatiche e poi ritratta (proprio come il nostro piccolo tragicomico monarca), che celebra nella Cappella Sistina voltando le spalle ai fedeli: qualunque siano le sue motivazioni, questo Papa non dà l’impressione di voltare le spalle solo alle persone che seguono le sue celebrazioni. Le sta voltando all’intera umanità. Lasciando i veri cristiani, quelli ancora dotati di compassione, contatto con l’altro, capacità di indignarsi, soli e abbandonati nella notte del mondo, costretti a contare sulle loro uniche forze.
Auguro a tutti i veri cristiani di essere forti. Li abbraccio, ora più che mai, con l’affetto che nasce nelle situazioni più difficili.



