RAIMO >> Da piccolo una delle prime parole che ho imparato appartenere al mondo dei grandi è stata stress. Mio padre manifestava stress, la maestra era in un periodo di stress, se non studiavo con regolarità poi mi veniva lo stress – come agli adulti. In un certo senso era vero che il rito di passaggio dall'infanzia alla maturità avrebbe significato accedere definitivamente a un universo fatto di stress.
A questa visione che avevo da bambino mi è capitato di ripensare di recente quando in praticamente ogni conversazione con qualche mio amico, alla domanda “Come stai?”, ho notato che la risposta più comune è “Sono stanco” seguito da un “ma...”. Poi mi possono dire male, bene, felice, angosciato; ma la stanchezza da combattere non manca mai come condizione di base. Insomma se da una parte non possiamo non ammettere che nonostante la fine dell'epoca delle ideologie l'umanità sia divisa in modo feroce in mille fazioni, dall'altra parte se c'è qualcosa in fondo che la rende unita è questa oscillazione perenne tra stress e stanchezza da combattere. È come se fossimo circondati da persone che stanno compiendo nella loro vita, sempre, una performance. Tutto questo ha delle conseguenze a livello politico, certo. Lo vediamo in come in fondo in molti siamo disposti a dare fiducia a qualcuno che invece di instillarci un ideale semplicemente ci liberi da qualche preoccupazione, che sia l'Imu da pagare, lo spread che ci soffia sul collo, il default che ci vuole risucchiare, la casta che ci sta rubando la vita. “Una nazione”, ammette Sloterdijk nel suo ultimo libretto, Stress e libertà “è un collettivo che riesce a preservare un'inquietudine comune”. Cavolo, il nostro senso di comunità sembra reggersi ormai solo su questo? Su un'irritazione condivisa, su un qualcosa che non è più un'idea ma nemmeno una passione triste, forse soltanto un nervosismo comune? Non sei incazzato come me? E allora urlarlo in piazza. E certo a pensarci tutte le patologie recenti indicano questa trasformazione: che cos'è la depressione se non una fatica di essere se stessi (come la chiama Alain Ehrenberg)? Cos'è l'ossessione-compulsione se non l'illusione di poter essere multitasking anche con le emozioni? Che cosa sono la bulimia e l'anoressia se non due malattie dell'iperconsumo? In fondo, una società della prestazione che ha come sua condizione di sopravvivenza l'iperproduzione, questo stress sembra solo un piccolo eccesso che dobbiamo pagare.
Eppure, potrebbe esserci – immagina Byung-Chul Han in un pamphlet uscito l'anno scorso che si chiama La società della stanchezza – una possibilità di stanchezza diversa. Non quella che cerchiamo di avversare a colpi di caffè e Red Bull, ma una stanchezza profonda che allenti finalmente le parentesi dell'identità, i nostri egoismi compulsivi. Quella, per intenderci, che provavo anch'io da piccolo quando avevo giocato ore nel cortile sotto casa, ma avrei voluto giocare ancora, semplicemente perché in quei momenti i confini con gli altri parevano caduti, e un amore empatico per il mondo mi sembrava d'un tratto un'occasione possibile.
MANCASSOLA >> La politica, i giornali, la tivù, le polemiche degli intellettuali. Il mondo intero ti stanca, “stanchezza semplicemente, in sé, stanchezza”, come scriveva Pessoa. La vita che fai ti stanca. Gli occhi ti bruciano e le membra sono indolenzite e i pensieri assumono una consistenza pastosa, sempre meno fluida. Difficile concentrarsi. Lo sguardo è troppo stanco per posarsi su qualsiasi cosa. La testa è avvolta da un vago stordimento e tutto ciò che puoi fare è perdere tempo in cose piccole, stupide, di respiro corto, che probabilmente non porteranno da alcuna parte.
C'è qualcosa di trasversale in questa stanchezza bianca, che avvolge il mondo come il bagliore di una luna piena. Non è solo la società a essere stanca, a essere rauca e litigiosa e senza respiro. È la vita delle persone, come spesso, a essere costellata di sintomi personali che rivelano il disturbo collettivo.
E la tecnologia, come sempre in questa epoca, non è estranea al quadro. Quando qualcuno mi racconta, con tono stanco, di non riuscire più a leggere un romanzo per intero da due anni, o non riuscire più a concentrarsi su un film per intero, o non riuscire da chissà quanto a passare una serata a fare le cose che un tempo gli piacevano, ad esempio cucinare o trovarsi a chiacchierare con qualche vecchio amico, non serve chiedere che cosa faccia invece, come passi ora le sue serate. Sta su Facebook. Guarda cose in rete. Chatta con gente mai vista in vita sua, gente che non si offenderà troppo quando l'altro smette di rispondere ai messaggi perché è troppo stanco o troppo annoiato. Vista nell'ottica della stanchezza odierna collettiva, la cultura della connessione perde un poco di smalto. Perché è ovvio che la rete non trionfa sugli altri consumi culturali soltanto perché è più varia e in qualche modo più interessante – trionfa anche perché è sufficientemente dispersa, dispersiva, non impegnativa, abbastanza sfocata. La rete funziona per concatenazioni imprevedibili, discorsi multipli e lasciati spesso a metà, proprio come un cervello febbricitante e stanco.
È questa la differenza tra la cultura di massa di oggi e quelle dei decenni scorsi. Un tempo, che si trattasse di nuovi costumi sociali, nuovi movimenti giovanili, nuove musiche, nuove droghe, nuovi modi di divertirsi, che fossero gli anni Sessanta o i Settanta o gli Ottanta, che fossero minigonne o liberazioni sessuali o disco music o contestazioni, tutto nasceva e rinasceva ogni decennio sotto la spinta di una nuova energia, di una nuova pulsione. La società era un'onda che si impennava a intervalli. Al contrario, negli ultimi anni, le cose accadute – anche le più interessanti – non sono sembrate nascere da un eccesso di energia sociale in cerca di nuove forme di sfogo, bensì dall'esigenza di adeguarsi a una stanchezza sempre più dominante. Siamo stanchi, abbiamo bisogno di una balia elettronica. Del nostro Ipad che ci racconti una fiaba sfocata, frammentata, senza troppa morale, per farci scivolare nel nostro sonno inquieto.
Quanto a me, metto le cuffie nel buio elettrico della notte, e ascolto quei vecchi profeti che erano i Beatles. Cantavano già molti anni fa: I'm so tired, I don't know what to do. I'm so tired, my mind is set on you.
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo. Pubblicato su Rolling Stone, aprile 2013.]
Scritto il 06 maggio 2013 nella italia, amore | Permalink
[Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 15 aprile 2013. Pip Easterbrook, l'infermiera neozelandese di Margaret Thatcher, esce dall'hotel dove la sua datrice di lavoro è morta da poche ore...]
Fuori dal Ritz era appena pomeriggio, c'era una traccia di sole ed è stato strano ricordare che a Londra è primavera. Il portiere si è rivolto a me con la sua faccia grassoccia e comprensiva. “Si riguardi, Madam”, e solo allora ho realizzato che non sarò mai più ospite di quell'hotel. Tornerò al massimo a prendere le mie cose. A sbrigare qualche faccenda pratica. “Ci sentiremo più tardi”, mi ha detto Carol, la figlia, dopo che gli impiegati delle pompe funebri erano stati a prelevare il corpo. “Adesso vada, vada a prendere una boccata d'aria” – il suo modo di dirmi, immagino, che non aveva voglia di avermi intorno.
Era arrivata subito, Carol, e con lei il segretario, l'addetto stampa e tutti gli altri. Ero stata io a trovarla nel letto stamattina. E anche se avevo immaginato spesso quel momento, sono rimasta paralizzata. L'ho guardata nella luce che filtrava dalla finestra. L'ho sfiorata e aveva una pelle dura e floscia insieme, come quella di mia madre, e capelli che al tatto sembravano cotone. Dieci anni, dieci anni con questa donna. Non ho un ricordo preciso: quando iniziai a lavorare per lei, quanto mi aspettavo sarebbe durata?
È una giornata in cui i miei pensieri vanno così – a onde, si annodano e si strappano. Immagino che lei si sentisse così ogni giorno, negli ultimi anni. Fuori, mi sono unita al flusso dei passanti in direzione di Piccadilly. Non ci sarebbe più stato bisogno di me in quell'hotel, non più bisogno che io fossi lì a somministrare pillole o misurarle il battito o aiutarla a scegliere e mettere un vestito. Non più bisogno che io le ricordassi, ogni volta, che sì, aveva già pranzato. Sì, sua figlia era già venuta a farle visita. E no, suo marito non era nell'altra stanza – “Suo marito è morto dieci anni fa, Madam. Mi dispiace. Sir Denis non c'è più.” Era stata Carol a istruirmi a rispondere così, anche se a volte mi sembrava una risposta brusca.
Sono entrata in un coffee shop. Appollaiata su uno sgabello di legno, ho tenuto stretta una tazza di tè. A quell'ora la notizia doveva essersi sparsa, essere in tutti i canali tv. Ma Londra non si fermava. Tutto proseguiva. Ho cinquant'anni, ho pensato. Ho considerato di telefonare a Wellington, ma non ero sicura del fuso orario – dopo tutti questi anni – e non mi andava che mia sorella mi chiedesse, come senz'altro avrebbe fatto: e adesso, cosa vuoi fare adesso?
Mi sarebbe piaciuto tornare indietro. Poterla pettinare un'ultima volta e starla a sentire mentre parlava delle sue rose, delle dalie nel giardino della casa nel Kent, come se quella casa fosse là ad aspettarla e non fosse stata lasciata più di trent'anni fa. Ho continuato a stringere la tazza tra le mani. Se avevo immaginato a lungo questo giorno, perché mi sentivo così impreparata? Sono uscita, mi sono lasciata trasportare dai passanti. A Trafalgar Square c'era un gruppetto di gente che si passava bottiglie di champagne. “Maggie, Maggie, dead, dead”, canticchiavano. Ero così stordita da non realizzare, subito, che stavano festeggiando.
Il loro era champagne da quattro soldi. Io e lei bevevamo insieme un goccio di gin, a volte, oppure un bicchiere di vino neozelandese. Mi sono chiesta talvolta se lei mi avesse assunto perché non sono britannica, nemmeno europea, e perché in fondo ne sapevo così poco, di tutta la sua carriera politica. Mia sorella a volte mi dice, con tono di rimprovero: “Pip, tu non sai proprio niente”.
Negli ultimi tempi, le era venuta una voce flebile. Non sembrava neppure più la sua voce – o era quella, forse, la sua vera intonazione? Ricordo di aver letto che le chiedevano spesso: chi porta i pantaloni a casa? E lei rispondeva: Io li porto, e li lavo e li stiro anche. Mi sono messa a ridacchiare tra me. Con la vista offuscata, ho steso un braccio per chiamare un taxi. Dieci anni, dieci anni con quella donna. Il taxista mi ha chiesto se mi sentivo bene. E poi, inevitabilmente: “Ha sentito la notizia? È morta Margaret Thatcher”.
C'era gente che celebrava, ieri sera a Brixton. Soprattutto ragazzi. Bevevano e ballavano sulle scalinate bianche davanti al Ritzy – bassi di musica reggae, odore di birra e una folla di facce di ventenni in festa. Qualcuno aveva modificato il tabellone esterno del cinema, e al posto della consueta lista dei film si leggeva: MARGARET THATCHERS DEAD.
Improvvisare un party di strada per la morte di una signora anziana è certo di cattivo gusto. Quando sono rientrato, il mio coinquilino mi ha chiesto: are they still celebrating? Ha scosso la testa. Do they really have to party? She stopped being in power over twenty years ago. I mean, move on!, ha detto, e se n'è andato a dormire contrariato.
Ho pensato ai ragazzi davanti al Ritzy – appena nati, o forse neppure nati, quando la Thatcher uscì di scena. Perché stavano là a celebrare? Rispondere forse non è così difficile. Non solo perché qualcuno ha raccontato loro delle rivolte contro la Thatcher nella Brixton degli anni Ottanta.
Forse perché ciò che quella donna ha imposto al paese, e per contagio a una buona fetta di mondo, è ancora qui. Un processo che non si è mai fermato. E che riguarda quei ragazzi, li riguarda qui e ora. Forse perché è il mondo a non essersi mai mosso, in realtà, a non essersi mai più staccato dall'ideologia di quella signora. Anche quei ragazzi probabilmente la pensano come il mio coinquilino, ma rivolgono il loro invito al resto del mondo. Move on!, dicono.
Scritto il 09 aprile 2013 nella del mondo, questo viaggio | Permalink
[Una recensione a Frank Rose, 'Immersi nelle storie'. Una versione leggermente ridotta di questo pezzo è uscita su Rolling Stone, marzo 2013]
“Le storie sono segnali chiari che emergono dal rumore di fondo.” È una frase contenuta nel saggio di Frank Rose, tradotto in italiano da Codice, Immersi nelle storie -Il mestiere di raccontare nell'era di internet, ed è un'affermazione difficile da non condividere. Cosa derivi esattamente da un'affermazione simile, però, può rivelarsi più controverso, e il libro dell'antropologo digitale americano offre il fianco ad alcune riflessioni critiche.
Secondo l'autore del saggio, la rete ridefinisce i modi in cui oggi si raccontano, propagano e consumano le storie grazie al fatto di essere un deep media, un coinvolgente “mezzo profondo”. Il carattere immersivo della rete permette di sfumare i confini tra il reale e il ludico. Com'è noto, in questa dimensione le persone non si accontentano di essere lettori o spettatori: dall'avvento del web 2.0 in poi, le persone vogliono raccontare storie a loro volta, vogliono crearne, allargarle, contribuire a quelle esistenti, oppure ricostruirne i pezzi come in un puzzle.
Rose presenta una casistica di esempi in cui cinema, televisione, pubblicità si sono adeguate a questa nuova diffusa esigenza narrativa, sfruttandola a loro vantaggio per campagne promozionali. Per il lancio del film Il Cavaliere Oscuro fu creato un percorso investigativo dove i fan dovevano scoprire indizi sul web, fare telefonate, recarsi in inquietanti pasticcerie dove trovavano delle torte con telefoni cellulari infilati all'interno, usando i quali l'avventura proseguiva. In altri casi sono invece i fan a impadronirsi di un mondo narrativo e ad ampliarlo – è il caso dei fan che twittano prendendo l'identità dei personaggi di Mad Men, o quello fin troppo citato delle comunità online dedicate ai misteri di Lost.
“Che cosa succederebbe se il pubblico s’impadronisse della storia? E come guardare ai confini sempre più sfumati, non solo tra realtà e finzione, ma anche tra pubblico e autore, tra spettacolo e pubblicità, tra storia e gioco?” si chiede Rose. O ancora: “Chi controlla una storia? Il suo autore o chi ne fruisce?” Se le domande possono sembrare incalzanti, a molti suoneranno, d'altro canto, un poco datate. I processi descritti dall'autore americano sono consapevolezza comune grosso modo da un decennio, ed erano già annunciati in un libro del 2006, Convergence Culture di Henry Jenkins – un libro, quello, che già a suo tempo odorava di vaga banalità.
Rose ricorda che in passato l'avvento di ogni nuovo media è stato visto come un devastante pericolo: futile dunque, a suo giudizio, allarmarsi oggi per come internet sta cambiando i connotati della comunicazione umana. Probabilmente vero. Ma è altrettanto vero che la rete, proprio per il suo carattere immersivo, alza la posta a un livello finora inedito rispetto ai problemi del sentimento del reale, all'atomizzazione del sentire umano, alle dinamiche di appropriazione del capitale creativo-emotivo collettivo da parte delle imprese. Non sta a libri di trend-setting culturale applicato alla rete, come quello di Rose, misurarsi con questo ordine di problemi. Eppure può risultare irritante il modo in cui questo tipo di saggistica, impegnata a raccontare le meraviglie della rete con approccio da consulente di marketing, eviti di addentrarsi nei risvolti più problematici del panorama che essa stessa descrive.
Ad esempio, siamo sicuri che il desiderio di raccontare storie, e la possibilità sempre più democratica di farlo, siano solo il sintomo felice di un'ampia vitalità narrativa? L'urgenza di raccontare storie è anche, da sempre, il sintomo di una spinosa inquietudine esistenziale, quando non di vera nevrosi – il tipo di nevrosi o di inquietudine di cui una volta si facevano carico, in una sorta di professionalizzazione dell'inquietudine esistenziale, romanzieri e artisti. È soltanto uno dei possibili bordi taglienti della questione. Non c'è nulla di così entusiasmante in una intera società di raccontastorie.
[Immagine: Nick Gentry]
MANCASSOLA >> Sei innamorato di questa persona e vuoi vivere con lei. Ma la prima volta che lui o lei mettono le mani nella tua cucina o lasciano lo spazzolino sulla mensola sbagliata del bagno, ti prende una crisi isterica.
Sei innamorato di questa persona e della sua voce. Ma non hai davvero tempo di rispondere alle sue chiamate e poi non sopporti quelle pause d'imbarazzo che si infilano nei vostri discorsi. Meglio scambiare tanti messaggi, che in fondo questo è il ventunesimo secolo e chi telefona più? Basta ricordarsi di mettere le faccine giuste. Le faccine giuste nei messaggi.
Sei innamorato di questa persona, certo, e quella volta che l'hai fatta arrabbiare avresti voluto comprarle dei fiori, un regalo, portarla fuori a cena oppure qualcos'altro. Ma non potevi permettertelo. Chissà se in seguito le cose sarebbero andate diversamente, avessi avuto i soldi per farlo.
E lo sai di non essere più un ragazzino e certe cose dovresti averle imparate, ma diavolo, lo sanno tutti che è un mondo liquido, anzi evaporato. Non si può mica chiedere alla gente di essere coerente, matura emotivamente, e di sapere quello che vuole.
Sei innamorato di questa persona ma lavori undici ore al giorno e stai cercando un secondo lavoro.
Adori il tocco della sua pelle, le vostre gambe intrecciate sotto il lenzuolo, ma sei troppo stanco per parlare dopo il sesso. Sì, lo sai che una volta la tua idea dell'amore era guardare insieme una puntata di Dexter a letto scambiandosi coccole. Ma l'ultima stagione di Dexter neppure ti piace.
Non vuoi essere single in eterno e vuoi vivere con questa persona ma l'anno prossimo forse l'azienda ti trasferisce chissà dove. Ci sono sempre così tante cose incerte.
Sei innamorato di questa persona e adori il suo sorriso e l'odore dei suoi capelli, ma di notte chatti segretamente con qualcuno di nome cat81. Perché in questo mondo bisogna tenersi tutte le opzioni aperte. No, non sei un disonesto o uno che non si accontenta mai, è che dobbiamo sempre essere pronti a reinventarci, lo sappiamo bene, se vogliamo sopravvivere e restare a galla.
Sei innamorato di questa persona ma non hai i soldi per una vacanza insieme. Sì è vero che hai appena ordinato un Ipad, ma quello serve per lavoro, e per sentirti meno depresso di quanto ti senti normalmente.
Sei innamorato di questa persona ma l'hai tenuta intimamente distante per sei mesi, e adesso non hai proprio capito perché sia finita così male, con tutte quelle accuse e i pianti e le brutte scene.
Certe mattine ti svegli all'alba e nel tuo letto vuoto pensi, diavolo, sono solo. Un tuo amico è andato a uno speed dating e magari ci andrai anche tu, quando avrai i soldi per l'iscrizione.
RAIMO >> Da un po' di tempo in qua mi capita questa cosa: incontro, mi telefonano, mi mandano una mail, mi scrivono su facebook persone che avevo perso di vista da tempo, vecchi amici dell'università, gente con cui ho un fatto un corso di qualcosa anni fa, e mi chiedono dal nulla: ritorniamo a essere amici. Alle volte, ovvio, non usano questa sfacciataggine, ma il messaggio è chiaro: c'è stato un tempo, quando eravamo al liceo, quando seguivano quel corso di storia moderna tutti e due, in quella vacanza in Interrail nel 2002, in cui ci chiacchieravamo, ci consigliavamo libri, andavamo al cinema insieme, facevamo esperienza insieme, e adesso cosa ci resta? Andiamo agli aperitivi dei colleghi, siamo diventati bravi a gestire rapporti professionali, sappiamo riconoscere un Merlot buono da un Nero D'Avola scadente, siamo fidanzati, single, sposati, separati, abbiamo figli, non abbiamo figli, eppure dov'è andata a finire quell'autenticità, quella condivisione? A volte quel qualcuno che fa queste telefonate, che manda questi messaggi di richiesta di affetto, consapevolmente o meno, sono io. Orfano di un tempo più caloroso di questo, anche io, mi chiedo, ho una nostalgia così sfrontata per – chessò – l'epoca dei banchi di scuola in cui scambiavo bigliettini con le battute con i miei compagni durante l'ora di matematica?
Da quando faccio l'insegnante alle volte mi capita di ammirare con una sorta di estatica contemplazione i riti dei miei studenti sedicenni: il cazzeggio, il prendersela per tutto come se fosse una questione di vita o di morte, le domande sull'universo mondo che mi lanciano appena arrivo in classe. Spesso sembra che giochino alla vita, che siano in una specie di fase di rodaggio, come è giusto che sia. Ma alle volte mi viene da pensare il contrario. Per esempio, mi accade di avere in classe un ragazzo e una ragazza che festeggiano il loro quarto anniversario e mi domando: quante coppie di miei amici stanno ancora insieme dopo quattro anni? Oppure, prima di un compito in classe, tutti fibrillanti di agitazione, chiedono una parola di rassicurazione (“Se va male, non lo valuta vero, prof?”) o sdrammatizzano con una battuta (“Io a qualunque domanda parlo della dinastia indiana di Akbar”), e io li guardo, e alle volte rimugino: adolescenti che non hanno ancora consapevolezza del loro corpo che ogni giorno diventa più lungo e più formato, paiono però capaci di affrontare l'ansia molto meglio di miei coetanei che conosco e che s'imbottiscono di psicofarmaci, fiori di Bach o melatonine varie. Forse, m'interrogo, questi sono gli ultimi anni in cui saranno maturi, prima di diventare perennemente infantili. E nostalgici di quando, dieci, vent'anni prima, erano qualcosa di simile a degli adulti felici.
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo. Pubblicato su Rolling Stone, marzo 2013.]
Scritto il 03 aprile 2013 nella italia, amore | Permalink
RAIMO>> I miei amici fanno progetti. Mi chiamano e mi chiedono se ci prendiamo un caffè, e mi dicono che hanno in mente un progetto. Vogliono girare la nuova versione di Comizi d'amore di Pasolini, fondare una rivista come Frigidaire, creare uno spettacolo ispirato al Living Theatre, mettere su un casa editrice che assomigli a City Lights. Dicono che gli servo anche io. Che quello che hanno in mente è un progetto comune. Mi chiedono cosa ne penso. Mi chiedono: perché non coinvolgo altri amici?
I miei amici non sanno nulla di impresa. Hanno studiato cinema e spettacolo perché c'erano le ragazze più carine. Hanno studiato giurisprudenza perché in famiglia si usava così. Hanno studiato economia e commercio ma gli ha fatto schifo.
I miei amici pensano in grande, vogliono fare un progetto bello e potenzialmente in espansione, non quelle cagate che si vedono in giro. Mi chiedono se conosco un grafico bravo, mi chiedono se conosco qualcuno che ne sappia di start-up, mi chiedono se conosco qualcuno a cui una banca concederebbe un fido.
I miei amici fanno molte foto. Fanno foto ai barboni alla stazione che rovistano dentro i cassonetti, alla donna ecuadoregna incinta che aspetta l'autobus, alle palestre di boxe, alla gente ubriaca alle feste, alla loro stanza piena di calzini.
I miei amici fanno la dichiarazione dei redditi dal commercialista del padre, oppure è direttamente il padre che gli dice di non preoccuparsi, ci penserà lui.
I miei amici ce l'hanno con il capitalismo anche se amano la proprietà privata.
I miei amici odiano il consumismo, al massimo gli piace collezionare chincaglieria tipo spillette dell'Armata Rossa.
I miei amici non hanno preso la tessera di un partito, hanno smesso di credere in Dio a quindici anni, nella politica a diciannove, nello stato sociale a ventitré.
I miei amici stanno invecchiando: quel mal di schiena che si faceva sentire ogni tanto la domenica mattina forse necessita di un osteopata, quelle fialette di Crescina che la madre gli ha comprato non sono servite a nulla, il dentista di famiglia è andato in pensione – e io non gliene so consigliare nessuno?
I miei amici si stanno lasciando. C'hanno già provato molte volte e forse questa è quella buona. Non è un problema di non farcela, hanno tutte e due un appartamento di famiglia, ma lei dopo essere stata tre mesi a Berlino non sa più se vuole vivere a Bologna e lui che l'ha tradita troppe volte non sa dire se smetterebbe di farlo.
I miei amici sono gli unici che ho. Se perdo anche questi, potrei passare i prossimi anni a guardare fisso lo schermo del computer; il rumore della ventola sotto che copre il suono della playlist che mi hanno copiato i miei amici l'ultima volta che ci siamo visti.
MANCASSOLA>> Ricordo pochi anni fa, quando vivevo a Berlino, nel quartiere di Neukölln. Ricordo la massa di creativi e di artisti che incontravo, gente arrivata da mezzo mondo per approfittare degli affitti bassi e dell'aria frizzante della città, ricordo tutti i performer, i videoartisti, i registi sperimentali, i musicisti, i pittori, i rivoluzionari della web graphic, gli scrittori, gente a volte non più tanto giovane, mai sentita nominare prima, gente che campava in modi misteriosi – ricordo sentirli parlare ai bordi dell'ennesimo party o ai tavolini di un caffé, inevitabilmente, del loro nuovo progetto. Sì, avevano tutti un progetto. Avevano un progetto artistico che aspettava solo di schiudersi, per il quale aspettavano un finanziamento, a cui dedicavano pagine Facebook. Avevano un progetto di cui parlare mentre il tempo passava e gli affitti iniziavano a crescere inesorabili come il livello di un fiume e in città arrivava nuova gente che avrebbe parlato, ai bordi dell'ennesimo party, ai tavoli di un caffè, dei propri progetti.
È da quei tempi che la parola progetto, pronunciata in quel modo, con quella inflessione, mi lascia sospettoso. E non soltanto i progetti dei creativi. C'è sempre qualcuno a parlarti del suo progetto di impresa, di start-up, di vita alternativa o di chissà cosa. Una volta non serviva stare a parlare continuamente dei propri progetti: la vita si dispiegava davanti alle persone, con un misto di tappe fisse e di occasioni da cogliere. Adesso la vita non si dispiega, va progettata dal singolo in solitudine, come ogni altra cosa: va scritta a tavolino, abbozzata nell'applicazione per prendere note sul proprio telefono, montata da soli come un mobiletto Ikea. Anche se il mobiletto rischia di venire sbilenco e durare poco. Progetto diventa una parola d'ordine per rassicurare se stessi che si ha ancora una chance, che si è ancora qualcuno nella spiaggia desolata di questi anni, quando resiste l'idea che tutti debbano essere imprenditori di se stessi, ma le risorse per intraprendere qualsiasi cosa sono ormai rare.
Lavoratori a progetto. Storie d'amore vissute a progetto, qualcosa di cui fare esperienza prima che ognuno vada necessariamente per la sua strada, a seguire i propri ulteriori progetti di vita o sopravvivenza. I soldi e la vita.
È la scarsezza di risorse, esterne e a volte anche interiori, questa sensazione che il rullo delle occasioni sia sempre più lento, quasi fermo, a determinare il suono di certe parole oggi. Mesi fa, quando l'Istat ha pubblicato uno dei consueti rapporti sullo stato della società italiana, evidenziò tre parole chiave: risparmio, rinuncia e rinvio. Le tre r. Facevano tornare alla mente le tre i, le tre parole d'ordine che qualcuno agitava una volta per il futuro del paese: impresa, internet e inglese. Tempi lontani. Le parole che davvero contano alla fine non sono nomi, sono in genere verbi. Vivere crescere amare sopravvivere. Ci siamo scelti un'epoca davvero strana per vivere e invecchiare.
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo. Pubblicato su Rolling Stone, febbraio 2013.]
Scritto il 28 marzo 2013 nella italia, amore | Permalink
MANCASSOLA >> Crescere, diventare adulti, invecchiare, procedere sulla linea naturale del tempo è sempre stata un'avventura ambigua e complicata, ma lo sembra ancora di più in un'epoca che di naturale, almeno secondo i vecchi standard, sembra avere così poco. Sembrava naturale che i figli vivessero materialmente meglio dei genitori; sembrava naturale aspettarsi un minimo garantito di sicurezze e di diritti; sembrava naturale poter studiare e ambire a un lavoro all'altezza dei propri studi. Sembrava naturale, adesso non lo è più e questa piccola cataclismatica disillusione è il cuore amaro di un intero momento storico.
Come ricordava Jon Savage nel suo saggio L'invenzione dei giovani, la gioventù come categoria è un'invenzione sociale. Un'invenzione che nasce con i sogni di ribellione della generazione romantica e poi cresce, via via, fino a incarnarsi nella gioventù di massa del secondo dopoguerra, quando i giovani occidentali diventano una categoria commerciale, codificata, con linguaggi, consumi, estetiche, sogni condivisi. I giovani diventano quelli che hanno tempo per godersi la vita, per macerarsi un poco nei loro dubbi esistenziali, per essere adeguatamente ribelli, per progettare di cambiare il mondo o quanto meno di crearsi un'esistenza in linea con i loro sogni. Che si trattasse di Gioventù Bruciata, di Fragole e Sangue o di American Graffiti o di Grease o de L'attimo fuggente, la gioventù era diventata uno stato emotivo. Essere giovani significava avere il tempo, il diritto di sentire il mondo.
Più ancora, vivere la gioventù era diventato un diritto democratico. Un diritto per tutti o quasi tutti. Oggi, nel ventusesimo secolo, essere giovani sta invece tornando a essere un lusso per pochi. Se era stato il capitalismo avanzato a trasformare la gioventù in un valore sociale di massa, la crisi del sistema economico segna anche la crisi di quella idea di gioventù. Non che non si sapesse: già alla fine degli anni Settanta i punk si trafiggevano le guance con le spille da balia, quasi a impedire alle proprie facce di disgregarsi. Gridavano no future perché sapevano, sentivano, che il capitalismo era senza via d'uscita e la società aveva una traiettoria fatalmente segnata. Per loro, essere giovani era come avere un braccio incastrato nella bocca di una macchina: si trattava di sentirselo schiacciare dagli ingranaggi, oppure strapparlo via da sé. Qualunque fosse stata la scelta, si sarebbe morti dissanguati.
Dopo i punk, la gioventù diventa questa strana entità fantasmizzata, confusa con il giovanilismo, terreno di scontro per mille retoriche, costellata di scintille di rivolta sparse. Dal Romanticismo occidentale alla crisi mondiale di questi anni, una parabola sembra chiudersi ed è l'intera idea di futuro a uscirne stravolta, irriconoscibile. Per questo crescere è diventata una strana avventura. Si procede in avanti con questa sorta di lutto, di rimpianto incredulo e rabbioso. È come salire delle scale all'indietro. È faticoso, strano. E molto innaturale.
RAIMO >> C’è una scena nei Tre giorni del condor in cui Robert Redford incontra in ascensore Max Von Sidow. Noi spettatori sappiamo che Von Sidow è un agente dei servizi segreti che, dopo averlo braccato da giorni, sta forse per fare fuori l’agente ribelle Redford. Ma prima che si chiudono le porte nell’ascensore entra anche un gruppo di ragazzi vocianti, che bloccano l’agguato. Chiacchierano, si prendono in giro, fanno battute stupide, parlano semiurlanti di quello che devono fare la sera. Finché le porte si riaprono, i ragazzi escono e la tensione risale. I due nel silenzio ora si guardano finché un polare Max Von Sidow commenta: “Ragazzi...”.
Ecco, alle volte l’atteggiamento degli adulti (educatori, politici, semplici genitori…) nei confronti delle giovani generazioni assomiglia a quello sguardo liquidatorio di un assassino. Sono ragazzi, fanno così, le nuove generazioni tanto sono, c’è ormai stato un cambiamento definitivo che, i nativi digitali non possono capire che, e chi legge più?, sempre lì con quei cosi, li vedi perennemente distratti…
Giudizi del genere – che non provengono da vegliardi burberi che hanno deciso per una cinica ascesi in un eremo di campagna, ma da chi dovrebbe educarli – rivelano ogni volta una cupio dissolvi spacciata per sociologia quando non per istanza educativa.
In un pezzo di un paio di anni fa di Stefano Laffi, uscito per una splendida rivista che si chiama Hamelin, c’era scritto: “Nella mia esperienza di ricerca e di lavoro sul campo mi pare che quando un adulto si prepara ad accanirsi sui ragazzi li chiama adolescenti. È noto che gli adolescenti non si chiamano fra loro adolescenti ed una semplice ricognizione linguistica sull’uso di questa parola nei titoli dell’editoria o nell’informazione giornalistica ne rileverebbe facilmente una connotazione patologizzante. Adolescenza evoca da sempre problemi e conflitti”. Dal momento in cui l’adolescenza, l’essere giovani, non costituisce una possibilità trasformativa, ma viene considerata solo una condizione di minorità, psicologica se non patologica, il gioco è fatto. Qualunque espressione dei ragazzi non è più una scelta, una volontà critica, una richiesta di ascolto o di confronto, ma meramente un sintomo. Di un disagio, di una moda. A quel punto è facile decidere al posto loro e al tempo stesso – da adulti – sentirsi esentati da qualunque responsabilità morale. Non siamo più chiamati a dare testimonianza, a essere di esempio, ad avere anche noi il compito di criticare lo stato delle cose. Ma protetti da un indifferenza spacciata per maturità, possiamo comodamente relegare il domani a un'eventualità che forse non si realizzerà mai. E con lo stesso sguardo omicida di Max Von Sidow sussurrare all'orecchio dei nostri ragazzi un no future punk spietatamente cambiato di segno.
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo. Pubblicato su Rolling Stone, gennaio 2013.
Immagine Joe Storey-Scott.]
Scritto il 20 marzo 2013 nella italia, amore | Permalink
RAIMO >> Qualche giorno fa pensavo: cosa accadrebbe se da un giorno all'altro sparissero tutti i social network? La risposta quasi ovvia me la davano in contemporanea un paio di articoli usciti su Newsweek e su Scientist, in cui venivano riportati alcuni studi secondo i quali trovare il proprio nome on-line genera nel nostro cervello una piccola scarica di dopamina. Non è vero che un minimo riconoscimento, anche fantasmatico come questo, ci dona una qualche passeggera sensazione di benessere? Non è vero anche però che, nel lungo periodo, queste microscariche di piacere creano una specie di dipendenza che non ci permette di aspirare a riconoscimenti e soddisfazioni più grandi? A tutti capita di googlarsi, ossia di cercare il proprio nome su internet; di aggiornare di continuo il proprio status su facebook e di aspettare i mi piace degli amici; o di andare a controllare se siamo stati citati nel follow friday. Ma la domanda più centrata è forse questa: quanto tempo dedichiamo a questa ricerca di feedback? E quanto ci stiamo male se il nostro cervello non secerne la nostra minuscola dose di dopamina?
Il web ci ha reso più felici e meno soli? Sicuramente più dipendenti, e dunque gli anticorpi rispetto all'addiction da social network spuntano sulla rete con la stessa velocità in cui mutano i virus: perché non usare siti più attenti alla privacy come Duckduckgo.com invece di google o everyme.com invece di facebook? Così suggerisce in un pezzo recente uno dei critici più duri del narcisismo digitale, quell'Andrew Keen che tre anni fa pubblicò The cult of amateur in cui metteva in guardia contro il pericoli di una società che sembrava semplicemente l'aggiornamento, in peggio, di quella descritta da Christopher Lasch con il suo The culture of narcissism, un testo seminale in cui si mostrava come la cosiddetta apologia dei desideri degli individui voleva dire anche un'autocoscienza che sostituisce la politica, un edonismo incriticabile, un culto dell'immagine... A rileggere oggi il libro di Lasch del '79 ci sembra di avere a che fare semplicemente con un mondo forse un po' vanesio, mentre se riandiamo al 2012 il narcisismo che conosciamo sta diventando una condizione sociale tale che si discute se tenerlo o toglierlo dall'elenco delle patologie psichiche. È una stortura di massa o uno stadio dell'evoluzione?
In un vecchio libro di Gianni Rodari, C'era due volte il barone Lamberto, il protagonista - questo vecchio barone ricchissimo, solissimo, e impaurito dal passare del tempo, pagava dei ragazzi, oggi si direbbe dei free-lance, per vivere in una specie di solaio della sua villa, e stare tutto il giorno, a turni di quattro ore l'uno, a ripetere il suo nome a dei microfoni collegati con degli altoparlanti: Lamberto, Lamberto, Lamberto... Un saggio indiano all'inizio del libro ha rivelato al barone il segreto della giovinezza: aver sempre vicino qualcuno che ti ripete il tuo nome. Il miracolo, nel libro di Rodari, avviene: a Lamberto rispunta qualche pelo nero in testa, la colonna vertebrale gli si raddrizza, etc..., tutto grazie a questa valanga continua di attenzione altrui. Solo alla fine capiamo qual è però il possibile esito sinistro di questa trasformazione: il processo di ringiovanimento a un certo punto pare inarrestabile. E il barone da vecchio, torna adulto, per diventare definitivamente bambino e poi, infine ancora, un uovo. Ecco quello a cui rischiamo ogni giorno di assomigliare: un piccolo mondo protetto al quale niente di quello che c'è di fuori può accedere più.
MANCASSOLA >> La rete ci rende stupidi, pazzi, narcisisti, paradossalmente soli. Mano a mano che la nostra dipendenza dalla rete si fa più estrema, crescono gli allarmi sui suoi effetti collaterali sulla psiche umana. La critica alla rete è diventata un vero genere saggistico: da libri già quasi classici come Google ci rende stupidi? di Nicholas Carr o Tu non sei un gadget di Jaron Lanier, al discorso contro i miliardari delle aziende tecnologiche fatto agli studenti di un college dal romanziere Jonathan Franzen – un discorso perfettamente opposto allo Stay hungry, stay foolish di Steve Jobs e alle sue esortazioni da guru del capitalismo avanzato-avariato.
Come ricordava lo storico Eric Hobsbawm in una delle sue ultime interviste, la rete ha permesso anzitutto un riassetto nella distribuzione del lavoro. Quando ad esempio perdiamo serate a cercare il volo più conveniente, a effettuare prenotazioni e check-in on line, è ovvio che stiamo facendo il lavoro che una volta era fatto da agenti di viaggio e altre figure professionali. La rete permette alle grandi aziende di far fare il lavoro ai consumatori stessi. Fin qui, niente di nuovo.
Piuttosto, ciò che è cambiato negli ultimi anni con il nuovo strapotere dei social network è la materia stessa di ciò che produce valore. Ciò che crea profitto per i giganti come Facebook è la pura emotività umana, il nostro bisogno arcaico di contatto e di non essere soli. È questo calore umano, gratuito e vulnerabile, l'ultimo apparente carburante possibile, l'ultima risorsa naturale che fa girare le turbine del capitalismo più finale e più disincarnato. Quello dei flussi inquieti della rete, della connessione continua-obbligatoria. Un po' come accadeva nella visione sci-fi di Matrix: là, le macchine si nutrivano del calore dei corpi umani. Qui, una grande macchina metaforica si nutre di calore emotivo.
La rete è una realtà tanto immensa che criticarla in termini generici sarebbe come pretendere di criticare l'universo. Internet ha permesso una liberazione dei saperi senza precedenti, e insieme la loro inflazione. Permette le incursioni rivelatrici di Anonymous e insieme le agghiaccianti tecniche di controllo sociale descritte da Zygmunt Bauman nel suo libro Liquid Surveillance. Nel frattempo, la cultura del social network ci ha trasformati in qualcosa che non è più propriamente un soggetto bensì una nebulosa instabile, uno sciame elettrico di aggiornamenti di status, banalità, confessioni, rilanci di notizie, link a video di stronzate, appelli di attivismo da clic, intimità estemporanee, risse virtuali.
Tutta questa gente che danza con le dita sui propri tablet. Che accarezza gli schermi dei propri smart-phone, che si addormenta abbracciata ai propri laptop. Prima ancora di chiederci se tutto questo ci renda stupidi o stia cambiando le nostre capacità cognitive, chiediamoci quanto stia cambiando quelle emotive.
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo. Pubblicato su Rolling Stone, dicembre 2012.]
Scritto il 11 dicembre 2012 nella italia, amore | Permalink
[pubblicato su Orwell, 17 novembre 2012]
di Christian Raimo
Il giorno dopo che Bersani annunciava coram populo televisivo che Giovanni XXIII era il riferimento fondante della sinistra italiana, qualche zelante funzionario del governo da lui sostenuto dev'essersi andato a rivedere il famoso filmato dell'11 ottobre 1962 – quando in una piazza San Pietro gremita, il papa buono pronunciò il discorso alla luna con la chiosa “Quando tornate a casa, fate una carezza ai vostri bambini e dite che è la carezza del papa” – e avrà pensato come attualizzarlo: si sarà messo a canticchiare una altrettanto celebre hit del maggio '68, Una carezza in un pugno, e avrà poi provato a fare un detournèment di matrice debordiana, fino a trovare la chiave per tessere in un unico filo questioni come l'emergenza scuola, la disoccupazione di massa, il conflitto generazionale: così ben bardato da una divisa che l'ha reso anonimo, deve aver aspettato che le piazze del quattordici novembre si riempissero fino all'inverosimile di ragazzi, e solo a quel punto ha cominciato a menare manganellate a caso. Quando, all'ora di cena, hanno cominciato a girare su internet le immagini degli studenti italiani picchiati alle spalle o la foto del tredicenne spagnolo con la testa sanguinante, si è messo seduto e ha atteso neanche troppo perché arrivasse un'agenzia con la dichiarazione di qualcuno che tirava in ballo, a dare un senso al pestaggio pan-europeo, la stracitata poesia anche questa del '68: l'editoriale in versi su Nuovi Argomenti in cui Pasolini provava a definire anche i poliziotti come proletari e vittime della storia (un testo che dev'essere ormai fornito automaticamente alle forze dell'ordine quando si mettono in tenuta anti-sommossa).
Insomma la scuola si rinnova, dice Profumo; la nuova Europa ce lo chiede, ribadisce ogni giorno Monti. Eppure, mentre i decenni volano, il mondo si fa global, i social network la fanno da padrone, qualcosa non cambia. Le botte della polizia.
Quella delle botte, dei pestaggi in piazza, delle manifestazioni finite in massacro è un'unica grande tradizione italiana che lega la rivolta di Bronte soppressa da Bixio nel 1860, gli spari che Bava Beccaris elargì alla folla affamata dalla carestia del 1898, la strage di Portella della Ginestra nel 1947, il massacro di Reggio Emilia autorizzato da Tambroni nel 1960, le strade insanguinate da Valle Giulia in poi negli anni 70, e la macelleria messicana di Genova 2001. È molto bello che finalmente questa tradizione si festeggi oggi lanciando mortaretti dalle finestre dei ministeri.
MANCASSOLA >> Conosciamo i termini del problema. Ci sono due ragazzi. Uno si innamora, conosce lo strambo altalenante viaggio di una relazione amorosa, la gloria e l'agonia di legare la propria vita a quella di un'altra persona. Può scegliere di non voler formalizzare il suo legame, perché pensa che il matrimonio fa schifo e la famiglia è una superata trappola borghese, oppure scegliere di acquisire le tutele –simboliche e legali– assicurate dal matrimonio. Può scegliere. Ora l'altro ragazzo: a sua volta si innamora, sperimenta cosa significa una relazione. Ma non può compiere la stessa scelta. Non può, alla fine dell'anno 2012, nel paese occidentale Italia. È omosessuale.
Facciamo un passo indietro nel tempo. È il 2005, il volto sudato e in affanno dell'Occidente è già quello di chi sta per avere una crisi di panico, eppure la Spagna trionfa come modello di paese perfetto. La Spagna. Un paese in crescita economica e in crescita democratica, con la clamorosa legalizzazione del matrimonio omosessuale. Pare il compimento di una parabola di benessere materiale e democratico. Nel corso degli anni Novanta e dei primi Duemila, vari paesi avevano adottato forme di riconoscimento delle coppie omo: la Spagna adesso spicca un salto ulteriore, alto, flessuoso, e legalizza il matrimonio.
Sette anni dopo il paese è in piena crisi. Gli omosessuali spagnoli si tengono i loro diritti: ma sembrano un poco farlo, in verità, con l'aria di qualcuno che ha preso al volo l'ultimo treno. Oggi, con le casse pubbliche costrette a chiedere gli aiuti europei, con i quasi cinque milioni di disoccupati, qualcuno può domandarsi se la Spagna riuscirebbe ancora, nelle attuali condizioni sociali e politiche, ad approvare i matrimoni omo.
È questa la domanda di chi considera i diritti civili, e in particolare i diritti omosessuali, come un lusso per tempi ricchi e pacificati. Un ricordo della vecchia Europa pre-crisi. Oggi pare tutto un poco fuori tempo, sussurrano le anime disincantate: la gente non capirebbe. Ormai ci sono altre emergenze. Altre priorità.
Eppure, il vicino Portogallo ha approvato il matrimonio omo in pieno 2010, quando già il paese avvertiva i crampi del dissesto in arrivo. Possiamo magari chiederci se la questione non sia duplice: il riconoscimento delle unioni omo, con tutto il suo carico simbolico, può essere sì il frutto maturo di una democrazia ricca, ma può essere anche, al contrario, il segnale di tenuta di una democrazia che non è più ricca, ma è comunque decisa a sopravvivere. Un segnale della volontà di non ripiombare indietro, nel nome dello stato d'emergenza, verso chissà quali zone d'ombra.
È per questo che mai come oggi c'è bisogno di riconoscere i diritti omo in Italia. La questione è concreta e insieme fatalmente ideale. In tempi di autoritarismo economico e populismo politico, il rilancio dei diritti non è un lusso d'altri tempi: è necessità stringente. Per questo, nonostante la poca incisività politica dei movimenti gay italiani, per tutto il 2012 il dibattito sulla famiglia omosessuale ha continuato a riaccendersi nei giornali, nella coscienza collettiva, a intervalli ravvicinati come quelli di un'infiammazione. Un'infiammazione ancora irrisolta.
RAIMO >> Se uno per esempio pensa a cosa vuol dire oggi, nella società delle identità gassose, "essere di sinistra", o semplicemente "essere adulti", o anche per dire "essere italiani", capisce bene che la distanza tra la Chiesa e gli omosessuali dà vita a una dialettica così spinosa per un motivo ovvio: perché l'essere cristiani o l'essere gay sembra ostentare un'appartenenza che rare altre condizioni consentono. O non è vero che spesso questo confronto è radicalizzato? Che spesso ha perso tanto una dimensione teologica che una politica, risolvendosi in una battaglia tra ideologie identitarie - due pride l'un contro l'altro armati? Per questo è interessante andarsi a leggere due libri che vanno in direzione opposta, oltre. Uno l'hanno scritto tre psicologhi (Ferrari, Ciliberto e Rigliano), s'intitola Curare i gay? Oltre l'ideologia riparativa dell'omosessualità, e per la prima volta critica con grande mole di analisi scientifica il cosiddetto metodo Narth di Joseph Nicolosi, un terapeuta americano che sostiene – semplifichiamo– che l'omosessualità sia una specie di deficit di identità sessuale, dovuto spesso a padri assenti e madri invadenti, che può essere "riparato" attraverso la frequentazione di amici dello stesso sesso con un'identità sessuale solida. Se le teorie di Nicolosi suonano strampalate e pericolose, potrebbero servire almeno come sintomo di una crisi più ampia: quella delle relazioni – che il mondo omosessuale, con la consapevolezza richiesta dalla sua libertà, semplicemente racconta meglio di quello straight. Le storie cliniche raccontate nei libri di Nicolosi, terapeuta di coppie etero in cui i mariti se ne vanno con altri maschi, sono raccontate dall'autore come un problema di identità sessuali contrapposte, e per questo da curare. Ma non si tratta forse soprattutto di un problema di relazioni? Non sono soprattutto storie di rapporti che, a prescindere dalla dinamica omo/etero, si sfaldano per i soliti motivi: perché la coppia è diventata un atomo impazzito, perché l'ansia da prestazione uccide la capacità di vivere il quotidiano, perché è difficile mettere insieme la liberazione del desiderio e la costruzione della fiducia...?
L'altro libro è di un ex-domenicano, James Alison; s'intitola Fede oltre il risentimento, e lancia una sfida coraggiosa o scivolosa, ponendosi la domanda chiave: da un punto di vista teologico perché la Chiesa condanna l'omosessualità? Ritornando alle fonti bibliche Alison prova e rileggere i passi in questione e ne dà un'interpretazione filologicamente ardita ma suggestiva per cui questa condanna non ci sarebbe mai stata, anzi.
Ecco, superando le tifoserie da schieramento identitario, non sarebbe più utile confrontarsi su questi due piani qui: su quello psicanalitico e quello teologico? Per capire meglio forse che quello che si è non è mai qualcosa di monolitico. Altrimenti chi tra noi è veramente capace da solo di decidere della sua vita, come se il mondo intorno a lui non esistesse, scagli la prima pietra.
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo. Pubblicato su Rolling Stone, novembre 2012.]
Scritto il 08 novembre 2012 nella italia, amore | Permalink
La lezione del porno [pubblicato su Orwell del 3 novembre 2012]
“A cena, la conversazione fu dominata dal Watergate e dal film Gola Profonda”. È l'inizio di un sottocapitolo di Pastorale Americana di Philip Roth e la scena è ambientata a inizio anni Settanta. Durante la conversazione, il vecchio padre del protagonista non si capacita che tutti vadano a vedere quel film porno. Perché, chiede, la gente lascia entrare tale roba nelle proprie vite? “Perché filtra”, gli risponde un altro commensale, “che ci piaccia o no. Qualunque cosa ci sia là fuori, filtra nelle nostre vite.”
Filtra. E perché non avrebbe dovuto filtrare? C'era appena stato il Sessantotto, un'intera società in apparente esplosione ormonale. Un intero mondo desideroso di liberarsi, di autoesprimersi e godere. C'erano le gioie finalmente democratiche del sesso orale, e di quello anale, il sesso di gruppo e quello omo e interrazziale e sadomaso e variamente trasgressivo. La maturità ultima dell'Occidente. L'edonismo come diritto. Una parabola che oggi, quarant'anni dopo, sembra scontata e insieme immensamente remota.
Venivamo liberati, sì, ma anche e soprattutto liberalizzati: un'indissolubile ambiguità che si sarebbe risolta in un panorama di macerie dell'intimità, una situazione da dopo-orgia baudrillana fotografata, pochi anni fa, dai romanzi maggiori di Michel Houellebecq. Che cos'era andato storto, di preciso? Perché la liberazione sessuale non aveva favorito l'intimità tra gli individui, ma piuttosto il loro reciproco famelico consumo?
L'industria del porno, inevitabilmente, può fornire indicazioni sulla vicenda della libido occidentale degli ultimi decenni. Dal clitoride in gola di Linda Lovelace all'apporto del porno nello sviluppo di internet, all'uso massificato di Viagra e Cialis per rispettare i tempi di produzione dei film, al trionfo del peep show personalizzato di LiveJasmin.com, all'universo fluido di spezzoni professionali, amatoriali, frammentati, mischiati, ultraspecializzati, databasizzati, raccolti nei vari youporn e affini. Non è stato solo l'amore, evidentemente, a farsi baumaniamente liquido, ma soprattutto la sessualità e la sua messa in scena. E mentre l'imperativo sociale scivolava da godi a connettiti, la rete si popolava di siti con nomi dal suono tanto esplicito da risultare asettico – incontriextraconiugali.com – e di profili di gente alla ricerca di avventure a misura di crisi economica: scintille brevi e poco impegnative e intercambiabili. NSA, No Strings Attached.
È qui che la cultura del porno dimostra di aver impartito la sua lezione. Il porno è violento per natura – e il suo fascino risiede in questo – perché non accetta che oltre l'anatomia dei corpi ci sia una storia. Il porno, com'è noto, non brilla per impianto narrativo. In termini narrativi, è il corrispondente dello slapstick: un uomo di cui non sappiamo nulla scivola su una buccia di banana e noi ridiamo. Un uomo di cui non sappiamo nulla scopa una bionda depilata di cui non sappiamo nulla e noi ci eccitiamo. Non a caso, quando un film porno ha una storia che regge non si chiama più porno bensì erotico. Il vecchio Gola Profonda aveva una storia, certo, ma non esattamente pregnante.
La lezione sembra essere che non c'è più tempo per la storia delle persone. Meglio: non c'è più tempo per ogni storia né per la complessità che ogni storia implica. Non più tempo, non più energia, risorse, denaro. Siamo troppo esausti, soffocati. Da qui il trionfo della frammentazione, del flusso disordinato e ondivago che segna ormai non solo l'accesso ai siti per adulti, ma al nostro intero ordine narrativo. Che si tratti di sesso, di letteratura o di cronaca, il crollo di interesse per ogni forma tradizionale di narrazione si è tradotto in una cultura del frammento, della scintilla momentanea: giusto quel che serve per raggiungere un nuovo, trascinato, stanco orgasmo.
Anche il romanzo, dalle vendite milionarie, sull'attrazione di una ragazza per un miliardario cui piace sessualmente dominare, sembra avere una storia. Ma è una storia così convenzionale da risultare quasi inesistente. Piuttosto, nel caso di Cinquanta Sfumature, ciò che filtra nella coscienza collettiva è il modo in cui questo libro sottolinea la progressiva crisi del principio-cardine che era stato di ogni liberazione, più o meno sessuale, e di ogni liberalizzazione. Il principio della libertà di scegliere. “Tutte quelle decisioni”, dice un passaggio rivelatore. “Tutti i faticosi processi mentali per prendere decisioni. Le domande come – è questa la cosa giusta da fare?, questa cosa dovrebbe accadere qui?, può accadere ora? Beh, non dovresti più preoccuparti di simili dettagli. Me ne occuperei io, diventando il tuo Dominatore.” Se suona un poco sinistro, probabilmente lo è.
[Immagine: Andy Reynolds.]
Da giovedì 18 ottobre a domenica 21, a Padova, si svolge Detour – il nuovo festival internazionale del cinema di viaggio. Fitto programma con 11 film in concorso, un omaggio a Werner Herzog, eventi speciali tra cui Marco Paolini e Davide Ferrario. Il direttore artistico del festival è Marco Segato. Tra i giurati di questa edizione c'è il sottoscritto, assieme al presidente di giuria Enzo Monteleone e a Marco Bertozzi, Alessandra De Luca, Andrea Occhipinti. Se siete in zona...
Scritto il 17 ottobre 2012 nella del mio lavoro | Permalink






