Scritto il 23 gennaio 2012 nella del mio lavoro | Permalink
"È difficile dire se le serie stiano mantenendo il loro ruolo di narrazione privilegiata del presente.
Nel generale evaporare delle forme, dei supporti, dei formati, quale sarà la prossima incarnazione della narrazione epocale? Ci sarà anzi un'incarnazione, mentre tutto sembra sul punto di mutare e disincarnarsi? Chi narra, chi è narrato, chi cerca narrazioni condivide questa incertezza. Tutto evapora ma noi, stupore dello stupore, siamo ancora qui. Siamo sempre noi, lucidi e strafatti, disumani e innamorati, iperconsapevoli e ingenui come bambini. In attesa di alzarci in piedi un'altra volta, barcollanti, nell'alba di un deserto, per un breve cruciale attimo – sussurrando, sì, che abbiamo capito."
(da Quando Tony mangiò il peyote -
mio saggio introduttivo in To be continued. I destini del corpo nei serial televisivi, a cura di Claudia Attimonelli e Angela D'Ottavio, CaratteriMobili 2012.)
Scritto il 19 gennaio 2012 nella del mio lavoro | Permalink
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo, ogni mese su Rolling Stone]
CR >> Qualche settimana fa sono andato a un grosso convegno di formazione per gli insegnanti di materie umanistiche. Eravamo in circa cinquecento professori di lettere, filosofia, storia, etc… stipati in un auditorium di Roma. I relatori erano Guido Baldi e Giovanni Fornero, due nomi che centinaia di migliaia di studenti conoscono perché se li trovano scritti sulla copertina dei manuali liceali che usano in classe. Seduti per circa tre ore, senza uno straccio di materiale o di bibliografia, stiamo stati ammanniti con un paio di pseudolezioni universitarie for dummies, condite da banalità d’antan, e moralismi vieti sui giovani d’oggi. Se Fornero si conteneva, Baldi era a briglia sciolta: i ragazzi di oggi non leggono nulla – pontificava –, non studiano, non sono capaci di concentrarsi, non gli va di impegnarsi, c’hanno il cervello intossicato dai videogiochi… Io ero raggelato, ma intorno a me quasi tutti gli altri professori applaudivano fino a spellarsi le mani: finalmente c’era qualcuno che li rassicurava che la loro frustrazione biliosa, la loro mancanza di aggiornamento, la loro approssimazione intellettuale fosse una difesa moralmente appropriata contro questa marmaglia di giovani ineducabili. Mentre a me sembrava vergognoso che dei docenti avessero un’idea così rancorosa e qualunquista delle nuove generazioni (come fanno a entrare in classe?, mi chiedevo), mi sono poi fatto i conti che Guido Baldi o quegli insegnanti non sono affatto degli isolati. Basta leggersi un editoriale di Pierluigi Battista, un’analisi di Umberto Galimberti, un libro di Paola Mastrocola, basta vedersi un film come Scialla!, per considerare quale idea patetica, meschina abbiano alle volte questi cinquantenni sessantenni dei teenager: dei rincoglioniti inetti rispetto alla superiorità etica della cultura classica, dei nichilisti di serie b.
Il punto è che, a guardarli con un minimo di carità fraterna, quel giorno erano proprio quegli insegnanti di cui anch’io faccio parte a farmi un po’ di pena: sedicenti professionisti intellettuali che campano parassitariamente sulla crisi della scuola (con decine di ore settimanali di ripetizioni, in nero ovviamente) e che invece non sanno nulla di nulla del dibattito scientifico internazionale, si tratti di pedagogia o di sociologia o di innovazione didattica. Che ne faremo di questi adulti pensavo? Di questi adulti che non hanno il coraggio o l’umiltà di mettersi in discussione? Che sono vissuti fin adesso col welfare economico e morale delle babypensioni, delle case di famiglia intestate, delle rendite di posizione? Magari arriverà uno studente a insegnargli l’html 5 come ha fatto con lui un suo compagno di banco, o gli farà vedere le regole di narratologia applicate in Call of duty, gli rigirerà un tweet che gli è servito per la nostra ricerca, o se li caricherà – come il protagonista di Scialla! – bonariamente sulle spalle, pregandolo per favore di non succhiargli il sangue a tradimento.
MM >> Abbiamo fatto degli errori. Eravamo in buona fede e comunque adesso siamo qui a spiegarveli, i nostri errori, così non li farete anche voi. È la retorica che certa sinistra invecchiata comincia ad assumere, negli ultimi tempi, quando parla alle generazioni più giovani. Padri, insegnanti, politici, intellettuali. Un discorso all'apparenza apprezzabile. Però facciamo un esempio.
Pochi mesi fa. Uno scrittore si presenta a una convention di “giovani” del PD. Dice che lui e quelli come lui hanno sempre voluto tutelare i deboli, ma di aver sbagliato a pensare di farlo con le tutele, i diritti, le protezioni sociali. Al contrario, “oggi sappiamo che la cosa migliore che puoi fare per i deboli è concedergli un sistema dinamico, non un sistema bloccato. Non è vero che il rischio colpisce il debole, il rischio è una chance per il debole.” Davvero. Quando non puoi più pagare le rate, quando non hai nemmeno i soldi per fare il pieno e portare tuo figlio a scuola, quando al lavoro ti fanno mobbing e tu stai zitto per il terrore di perdere quei mille euro scarsi al mese, non invocare protezione. Invoca la possibilità di metterti ancora più a rischio. Sorridi, il mercato ti ama.
Lo scrittore è Alessandro Baricco, la convention quella del “giovane” Matteo Renzi. Un connubio adatto. Che uno come Renzi di recente abbia potuto autopubblicizzarsi come giovane, dice molto sugli equivoci drammatici che passano intorno alla “questione generazionale”. Non è che hai trentacinque anni e sei giovane. Sei giovane, come politico, se sei in grado di aprire le finestre della stanza politica. Non se rimetti in circolo un sentore stantio di blairismo anni 90.
Sono gli stessi equivoci che passano intorno alla “letteratura”, con scrittori esangui, senza peso emotivo, senza avventura interiore, dalla voce inautentica a occupare, ancora, la scena. O gli stessi intorno all'intero concetto di “sinistra”, equivoco questo davvero drammatico. Il tipo di “sinistra” che continua imperterrita a favoleggiare il mercato, la crescita, la deregolarizzazione. Quella che legge Repubblica e i bollettini della borghesia liberal, perbene e nostalgica.
È come la scena di Homer Simpson e la ciambella collegata a un elettrodo. Homer afferra la ciambella, prende la scossa, grida, ritira la mano. Ci riprova, grida, ritira la mano. E avanti così. Perché ridiamo di Homer Simpson? Perché non riesce a imparare. Perché ridiamo – con il cuore che sanguina – della sinistra o postsinistra o pseudosinistra? Per lo stesso motivo. Dopo quasi due decenni di tsunami berlusconiano, dopo aver sfiorato l'annientamento dell'idea di democrazia in questo paese, dopo che la crisi del neoliberismo ha lavorato ai fianchi il tenore di vita di buona parte della popolazione, e promette di assestare colpi ben più mortali.
Cosa auguro, in tutta sincerità, per il 2012? Per iniziare, che si sgombri il campo da chi viene a dirci di aver capito i propri errori. E poi, stordito, allunga la mano verso la ciambella.
[pubblicato su Rolling Stone, gennaio 2012]
Scritto il 12 gennaio 2012 nella italia, amore | Permalink
Abbiamo fatto degli errori. Eravamo in buona fede e comunque adesso siamo qui a spiegarveli, i nostri errori, così non li farete anche voi. È la retorica che certa sinistra invecchiata comincia ad assumere, negli ultimi tempi, quando parla alle generazioni più giovani. Padri, insegnanti, politici, intellettuali. Un discorso all'apparenza apprezzabile. Però facciamo un esempio.
Pochi mesi fa. Uno scrittore si presenta a una convention di “giovani” del PD. Dice che lui e quelli come lui hanno sempre voluto tutelare i deboli, ma di aver sbagliato a pensare di farlo con le tutele, i diritti, le protezioni sociali. Al contrario, “oggi sappiamo che la cosa migliore che puoi fare per i deboli è concedergli un sistema dinamico, non un sistema bloccato. Non è vero che il rischio colpisce il debole, il rischio è una chance per il debole.” Davvero. Quando non puoi più pagare le rate, quando non hai nemmeno i soldi per fare il pieno e portare tuo figlio a scuola, quando al lavoro ti fanno mobbing e tu stai zitto per il terrore di perdere quei mille euro scarsi al mese, non invocare protezione. Invoca la possibilità di metterti ancora più a rischio. Sorridi, il mercato ti ama.
Lo scrittore è Alessandro Baricco, la convention quella del “giovane” Matteo Renzi. Un connubio adatto. Che uno come Renzi di recente abbia potuto autopubblicizzarsi come giovane, dice molto sugli equivoci drammatici che passano intorno alla “questione generazionale”. Non è che hai trentacinque anni e sei giovane. Sei giovane, come politico, se sei in grado di aprire le finestre della stanza politica. Non se rimetti in circolo un sentore stantio di blairismo anni 90.
Sono gli stessi equivoci che passano intorno alla “letteratura”, con scrittori esangui, senza peso emotivo, senza avventura interiore, dalla voce inautentica a occupare, ancora, la scena. O gli stessi intorno all'intero concetto di “sinistra”, equivoco questo davvero drammatico. Il tipo di “sinistra” che continua imperterrita a favoleggiare il mercato, la crescita, la deregolarizzazione. Quella che legge Repubblica e i bollettini della borghesia liberal, perbene e nostalgica.
È come la scena di Homer Simpson e la ciambella collegata a un elettrodo. Homer afferra la ciambella, prende la scossa, grida, ritira la mano. Ci riprova, grida, ritira la mano. E avanti così. Perché ridiamo di Homer Simpson? Perché non riesce a imparare. Perché ridiamo – con il cuore che sanguina – della sinistra o postsinistra o pseudosinistra? Per lo stesso motivo. Dopo quasi due decenni di tsunami berlusconiano, dopo aver sfiorato l'annientamento dell'idea di democrazia in questo paese, dopo che la crisi del neoliberismo ha lavorato ai fianchi il tenore di vita di buona parte della popolazione, e promette di assestare colpi ben più mortali.
Cosa auguro, in tutta sincerità, per il 2012? Per iniziare, che si sgombri il campo da chi viene a dirci di aver capito i propri errori. E poi, stordito, allunga la mano verso la ciambella.
[testo scritto per Italia, Amore - Rolling Stone, gennaio 2012]
Scritto il 15 dicembre 2011 nella italia, amore | Permalink
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo, ogni mese su Rolling Stone]
MM >> Fine di un altro anno. A volte si vorrebbe solo sedere in un angolo e respirare e tentare in qualche modo di fermare l'emorragia. L'emorragia del tempo. Stringerlo mentre cola giù tra le dita.
Dicono teorie scientifiche che il tempo accelera quando si cresce perché il cervello è saturo, tutto scivola via, mentre da giovani il cervello vergine voleva assorbire più dettagli, più conoscenza, e la ricchezza di dati disponibili produceva l'impressione del dilatarsi del tempo. In realtà sappiamo tutti che nel mondo contemporaneo la necessità di assorbire dati sempre nuovi non si ferma con la maturità, anzi. La massa assurda di dati che preme contro il cervello polverizza il tempo e lo rende insufficiente. È l'aumento della datasfera a comprimere il tempo.
Dicono altre teorie, scientifiche o parascientifiche, che il tempo accelera per tutti coloro che vivono in quest'epoca perché le pulsazioni energetiche della Terra aumentano. Come un metronomo impazzito. Un conto alla rovescia. Altri ancora come il teorico Ray Kurzweil esaminano la storia delle innovazioni tecnologiche e notano una costante curva di accelerazione, una rincorsa che pare condurre sull'orlo di un pauroso salto: adesso, proprio adesso, siamo sul punto di spiccare il salto.
Per paradosso, il tempo accelera anche per quelle generazioni occidentali che di fatto vivono nel limbo. In uno stato di attesa che dovrebbe favorire un senso di rallentamento. Attesa di una svolta, attesa di una realizzazione. Magari anche di un banale lavoro. Dicono statistiche molto più prosaiche che l'età media di chi si sposa in Italia è cresciuta di oltre quattro anni nel corso degli ultimi due decenni. Per l'ovvia ragione che convivere senza matrimonio è più comune e, ancora più, per l'altrettanto ovvia ragione che a lungo si resta ad aspettare un lavoro stabile, una chance di “sistemazione” – qualunque cosa ormai questo significhi.
Per Karl Marx, il punto focale della realtà era il produrre. Per Baudrillard il vero lavoro sociale richiesto alle masse era il consumare. Per Mark Zuckerberg è il connettersi. Eppure, oggi, difficile sfuggire al sospetto che l'ultima ingiunzione del sistema, piuttosto sinistra, sia quella di aspettare. Aspettare. Una qualche via d'uscita? Una rivelazione? Un azzeramento di tutto?
La verità è che mentre si aspetta si invecchia in fretta e i trentenni di oggi mi sembrano a volte i più intimamente vecchi della storia umana. Esausti. Sfiniti. Nonostante il giovanilismo diffuso e la cultura del corpo. Poterlo avere, un euro per ogni volta che ho sentito un trentenne lamentare quanto si sentiva vecchio. Masticati dal sistema e sputati. Giovani fuori e desolati dentro. Aspettano, non hanno tempo.
Anche per questo in un'epoca in cui la rivoluzione, per quanto urgente, pare difficile per mancanza di un pensiero coerente in grado di guidarla, aumenta invece l'incidenza delle rivolte. La prima è un progetto, le seconde uno sfogo episodico, una scintilla nel buio. Secondo lo studioso Furio Jesi, la rivolta è una “sospensione del tempo normale”. Il tempo normale cioè quello del sistema. La rivolta lo strappa durante un miracoloso o traumatico frangente, per rivelare che forse di là c'è qualcosa. Al di là di questo tempo, qualcosa d'altro.
CR >> “Indubbiamente, ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo. La mia, però, sa che non potrà riuscirci. Ma il suo compito forse è più grande. Consiste nell’impedire che il mondo si sfasci”. È un pezzo del bellissimo discorso che pronuncia Albert Camus alla premiazione per il Nobel alla letteratura, nel 1957. Per molti, l’afflato cieco per la rivoluzione era stato vaporizzato appena l’anno prima dalla repressione sovietica in Ungheria. Nei paesi vicini a noi, il boom esplodeva e i giovani diventavano quello che sarebbero stati da lì in avanti. Una cosa che prima non esisteva: al tempo stesso una classe di contestatori permanenti e di consumatori perfetti. Su questa ambiguità, si giocano anche oggi le rivolte planetarie. Capita così che rifare il mondo possa semplicemente voler dire rifarti il cellulare. E che il comandamento morale di Steve Jobs stay hungry possa essere facilmente ridotto a non perderti la nuova applicazione.
Se mai vi è capitato di leggere l’Uomo in rivolta, sapete quale valore etico Camus attribuiva al dissenso, e quanto riteneva difficile mantenere la capacità di ripensare la società quando le rivolte si rivelano mode politiche o il semplice avvicendamento di un potere clone di quello precedente. Del resto, una quantità di impulso rivoluzionario oggi non viene negata a nessuno, che sia una vetrina da sfasciare o un appello da firmare.
Così se è sempre più complicato riconoscere davvero quali pratiche portino a un vero cambiamento sociale, si potrebbe provare a utilizzare un piccolo rasoio di Occam: non credere più alle rivoluzioni che hanno a che fare con il consumo. Che sia consumo di tempo, di parole, di energia, di gioventù, di emozioni, di idee. La domanda che dobbiamo porci è: non è che per oppormi a un certo sfruttamento, sto sfruttando qualcos’altro, foss’anche la mia buona fede? Per questo, gli esempi più convincenti a cui possiamo guardare come modello in tempi di crisi, sono quelli che appunto riguardano non tanto il rifare il mondo, ma l’evitare che si sfasci.
Date un’occhiata a quello che scrive Richard Sennett nell’Uomo artigiano o anche ascoltate il Nobel per l’economia 2009 Elinor Ostrom quando parla di beni comuni. Se l’uno ci dice che dobbiamo riappropriarci del valore del nostro lavoro (anche quello intellettuale) in funzione di un nuovo umanesimo, l’altra ci mostra come le società che crescono sono quelle capaci di opporre al banditismo del mercato o all’inefficienza della burocrazia statale, la tutela per quello che è di tutti – dall’open-source alla scuola pubblica alle biblioteche alle risorse energetiche... Dobbiamo reimparare dalla capacità di trasmissione del sapere delle botteghe rinascimentali: processi lunghi, integrazione tra attività pratica e mentale... (ci dice Sennett). O da quelle comunità montane che dal ‘500 si occupano della cura dei pascoli comuni (Ostrom). Per capire che la partecipazione a una battaglia politica deve coinvolgere chiunque in compiti fondamentali: preservare il cambiamento, condividere le conoscenze e le responsabilità, provare a invecchiare insieme dignitosamente. Per non ritrovarci come quelli che a cinquanta o sessant’anni anni ora dicono: “Scusateci, abbiamo fatto parecchi errori, voi giovani evitateli”, e dover far aggiustare a qualcun altro quello che abbiamo sfasciato noi.
[pubblicato su Rolling Stone, dicembre 2011]
Scritto il 14 dicembre 2011 nella italia, amore | Permalink
Corriere della Sera Veneto, 19 aprile 2011
Il Mattino di Padova - La Nuova Venezia - La Tribuna di Treviso, 19 aprile 2011
Radio Pereira.it 27 aprile 2011
Corriere Dell'Irpinia, 30 aprile 2011
Radio Tre - Fahrenheit, 9 maggio 2011
L'Alternativa.it 9 maggio 2011
Il Gazzettino edizione di Padova, 9 maggio 2011
Libri consigliati.it 12 maggio 2011
L'Eco di Bergamo, 6 giugno 2011
Il Mascalzone.it 18 giugno 2011
Le parole necessarie, giugno 2011
Courrier International, 21-27 Juillet 2011
Il Mascalzone.it 22 luglio 2011
Pulp Libri, luglio-agosto 2011
Giornale di Sicilia, 14 agosto 2011
Gazzetta d'Alba, 6 settembre 2011
Doppiozero.com, 21 settembre 2011
Ovunquelibri.com, 10 ottobre 2011
Il Giornale di Vicenza, 28 ottobre 2011
Asterischi.it, 28 ottobre 2011
EuropaTV - Supernova - Telepontina - Teletuscolo, novembre 2011
La Repubblica edizione Firenze, 17 novembre 2011
Minima et Moralia, 5 dicembre 2011
Corriere della Sera - La Lettura, 15 gennaio 2012
Scritto il 13 dicembre 2011 nella del mio lavoro | Permalink
Agli storici del futuro (se il genere umano sopravviverà alla crisi climatica e la civiltà al disastro economico) il trentennio appena trascorso apparirà finalmente per quello che è stato: un periodo di obnubilamento, di dittatura dell'ignoranza, di egemonia di un pensiero unico liberista sintetizzato dai detti dei due suoi principali esponenti: «La società non esiste. Esistono solo gli individui», cioè i soggetti dello scambio, cioè il mercato (Margaret Thatcher); e «Il governo non è la soluzione ma il problema», cioè, comandi il mercato! (Ronald Reagan). Il liberismo ha di fatto esonerato dall'onere del pensiero e dell'azione la generalità dei suoi adepti, consapevoli o inconsapevoli che siano; perché a governare economia e convivenza, al più con qualche correzione, provvede già il mercato. Anzi, "i mercati"; questo recente slittamento semantico dal singolare al plurale non rispecchia certo un'attenzione per le distinzioni settoriali o geografiche (metti, tra il mercato dell'auto e quello dei cereali; o tra il mercato mondiale del petrolio e quello di frutta e verdura della strada accanto); bensì un'inconscia percezione del fatto che a regolare o sregolare le nostra vite ci sono diversi (pochi) soggetti molto concreti, alcuni con nome e cognome, altri con marchi di banche, fondi e assicurazioni, ma tutti inarrivabili e capricciosi come dèi dell'Olimpo (Marco Bersani); ai quali sono state consegnate le chiavi della vita economica, e non solo economica, del pianeta Terra. Questa delega ai "mercati" ha significato la rinuncia a un'idea, a qualsiasi idea, di governo e, a maggior ragione, di autogoverno: la morte della politica. La crisi della sinistra novecentesca, europea e mondiale, ma anche della destra - quella "vera", come la vorrebbero quelli di sinistra - è tutta qui.
continua sul sito de Il Manifesto
Scritto il 29 novembre 2011 nella altre voci | Permalink
«Si accostò. Senza aprire gli occhi lui sorrise e si strinsero. Il gorgoglio della fontana e il ronzio dell'aria e il brusio della gente e il battito dei cuori e la potenza magnetica del mondo che li attraversava, la vibrazione dell'intero globo terrestre.»
Un racconto del sottoscritto compare sul nuovo Granta Italia numero 2.
Scritto il 22 novembre 2011 nella del mio lavoro | Permalink
"Non saremo confusi per sempre" è il vincitore della XX edizione del Premio Fiesole di narrativa.
La premiazione si è tenuta sabato scorso, qui un articolo comparso su Repubblica - pagine di Firenze.
Scritto il 21 novembre 2011 nella del mio lavoro | Permalink
Questa settimana sarò qui:
Martedì 15 novembre, ore 18.30, SIRACUSA. Biblios café , via del Consiglio Reginale
'Non saremo confusi per sempre', presentazione. Introduce Guido Gaudioso.
Letture di Nadia Spicuglia.
Sabato 19 novembre, ore 9.00 ca., PESARO. ITC Bramante, via Nanterre 1
Incontro con gli studenti.
Sabato 19 novembre, ore 17.30 ca., FIESOLE. Sala Costantini del Museo Archeologico, via Portigiani 9
Premio Fiesole di narrativa 2011.
Scritto il 14 novembre 2011 nella del mio lavoro | Permalink
Avevo sedici anni quando mio padre perse il poco che aveva, la casa dove vivevamo fu espropriata. Ufficiali giudiziari che bussano alla porta, creditori che urlano minacce al telefono, le speranze di andare all'università che evaporano e la strada della tua vita che si fa in salita. Ero il ragazzo povero in un posto, la provincia veneta, che al tempo grondava soldi. Sono cresciuto tra gente più ricca di me, e non credo che questo mi abbia allenato all'invidia ma piuttosto a riconoscere il vuoto, la bolla di irrealtà che i soldi creano nella vita delle persone.
Oggi la legge sui fallimenti si è fatta meno stringente verso i piccoli imprenditori. Eppure il fallimento è rimasto un'idea-spettro dentro di me, una sorta di principio logico e crudele. Mi dico: un uomo che non riesce più a pagare i suoi debiti viene dichiarato fallito. Cosa accade però se allarghiamo il concetto del debito oltre i debiti aziendali, oltre i debiti personali, e consideriamo anche il debito pubblico pro-capite? Se consideriamo l'intero debito economico, ecologico, geopolitico della società in cui viviamo?
Un tale tipo di debito è ovviamente impossibile da ripagare. Nessuno ormai può riuscirci. E accade dunque che intere generazioni, da un punto di vista logico, sono fallite in partenza. Avete vent'anni, siete falliti. Ne avete dieci, siete falliti. Nascete ora, falliti. Membri di una società e di un'epoca che non saprà mai pagare il suo debito.
Il default, il downgrade, la crisi del debito. Quelle degli articoli di economia sono parole-tentacolo che ci afferrano e trascinano in giù verso spirali di incertezza. Se le parole suonano astratte, gli effetti sono concreti. Oggi si tratta di sperimentare precarietà, disoccupazione, sottoccupazione, lavoro in nero, impossibilità di progettare una vita. Domani magari le mense popolari e gli ostelli per senzatetto, che già registrano afflussi record. E le rivolte, i disordini sociali di cui vediamo qua e là il sinistro scintillare. Come si spezza la spirale?
Smettendo di pagare, dice qualcuno. Un sano diritto all'insolvenza. Creare un punto di rottura, resettare il mondo intero. Can't pay, won't pay è il motto inglese usato da numerose campagne: ricorda il Sotto paga! Non si paga! del lavoro teatrale di Dario Fo, scritto negli anni Settanta. Certe idee sono nell'aria da un po'.
In prospettiva, la domanda può farsi più specifica e cruciale. Esiste il diritto di certe generazioni di non pagare i debiti di quelle precedenti? E su un piano esistenziale, di che diritto si tratta, visto che siamo ciò che siamo grazie anche a chi è venuto prima? Diritto a dichiarare fallito, finanziariamente e moralmente, il mondo com'è stato finora. È ovvio che per acquisire un simile diritto bisogna fare un passo ulteriore. Bisogna abbandonarlo, il mondo com'è stato finora, per passare a qualcosa di radicale altro. Non puoi rifiutarti di pagare i debiti e continuare con la tua vita di prima.
Quanto a mio padre, penso alla sua faccia. Le rughe di cuoio da vecchio cowboy. La vita incisa su quella faccia, come una mappa su cui vorrei essere in grado di leggere cosa sarà di me, cosa sarà di noi.
[pubblicato in Italia, Amore – Rolling Stone, ottobre 2011]
Scritto il 07 novembre 2011 nella italia, amore | Permalink
[Italia, Amore è una rubrica mia e di Christian Raimo, ogni mese su Rolling Stone]
CR >> Padre, rimetti a noi i nostri debiti: ossia, azzerali, pagali tu per noi, liberacene. I genitori sono bene o male gli unici esseri umani che nella nostra vita ci danno dei soldi senza volerli indietro. Ma la crisi che stiamo attraversando sempre di più mostra uno scenario futuro diverso da quello in cui i padri rimettono i debiti dei figli. Sembra piuttosto che sulle giovani generazioni graverà l’incalcolabile peso di un’accumulazione di debito contratto da chi ha pensato di vivere in una bolla che non era solo finanziaria, ma metafisica: un’idea immaginifica della realtà. Lo vogliamo dire in un modo più chiaro? Se il prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, il moloch della finanza creativa l’ha surclassato. Il mercato mondiale delle obbligazioni vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi: una biblioteca di Babele di valore possibile. Enti che non esistono, metropoli progettate nel deserto. Quando la bolla scoppia – e le bolle inesorabilmente scoppiano, nonostante la pervicacia ottimistica che fa dire ai Greenspan e ai Tremonti: “Questa volta, ve lo giuriamo, è diverso” – la situazione diventa immediatamente disastrosa. L’America degli anni 30, ma anche – per restare vicino a noi – il Messico degli anni 80, la Russia post-sovietica, l’Argentina di qualche anno fa, la Grecia del 2008. E chissà, l’Italia del 2012. Il crack è una specie di detonatore di realtà: ci fa immediatamente ricordare ciò che siamo. A meno che, anche questo capita spesso, ci affanniamo a pensare di mettere ancora pezze a quella bolla, pur di salvarne i lacerti. E giù salvataggi di banche, manovre di emergenza, dichiarazioni di ottimismo, marketing dell’illusione.
Quando per esempio qualche anno fa la crisi dei mutui ha investito l’Islanda, si è scoperta una piccola nazione con un PIL annuo di 9 miliardi e mezzo di euro indebitata con gli investitori inglesi e olandesi per 50 miliardi. Ma – diversamente da ogni abitudine precedente – i cittadini islandesi con un referendum hanno detto no al piano di restituzione del debito già approntato per loro dalle banche europee: hanno deciso insieme di non pagare, creando un precedente forse rischioso ma affascinante. E se facessimo tutti così?
Quest’idea, la rivendicazione di un diritto all’insolvenza (in un mondo in cui certi padri non solo non rimettono i debiti, ma ne creano di giganteschi) si sta facendo strada anche da noi, non a nome di qualche facinoroso drop-out ma anche da parte di qualche economista come Andrea Fumagalli, che ne ha scritto in tanti luoghi facilmente reperibili in rete. Forse alcune volte, se certi padri non sono stati capaci di insegnare il valore del fallimento, è meglio ammettere noi di aver sbagliato; forse è meglio dichiarare default, invece di pensare di salvare l’insalvabile e foraggiare quelle banche che hanno creato questa montagna di valore inesistente. Se ora anche molti economisti ipotizzano che sarebbe un bene un default controllato di una Grecia o un’Irlanda, qualcun altro come Andrea Fumagalli dice semplicemente che potremmo pensare di non far pagare questa crisi a chi non l’ha creata. Sperando questa volta che siano i figli, consapevoli di un principio di realtà a cui non erano stati educati, a insegnare qualcosa ai padri.
MM >> Avevo sedici anni quando mio padre perse il poco che aveva, la casa dove vivevamo fu espropriata. Ufficiali giudiziari che bussano alla porta, creditori che urlano minacce al telefono, le speranze di andare all'università che evaporano e la strada della tua vita che si fa in salita. Ero il ragazzo povero in un posto, la provincia veneta, che al tempo grondava soldi. Sono cresciuto tra gente più ricca di me, e non credo che questo mi abbia allenato all'invidia ma piuttosto a riconoscere il vuoto, la bolla di irrealtà che i soldi creano nella vita delle persone.
Oggi la legge sui fallimenti si è fatta meno stringente verso i piccoli imprenditori. Eppure il fallimento è rimasto un'idea-spettro dentro di me, una sorta di principio logico e crudele. Mi dico: un uomo che non riesce più a pagare i suoi debiti viene dichiarato fallito. Cosa accade però se allarghiamo il concetto del debito oltre i debiti aziendali, oltre i debiti personali, e consideriamo anche il debito pubblico pro-capite? Se consideriamo l'intero debito economico, ecologico, geopolitico della società in cui viviamo?
Un tale tipo di debito è ovviamente impossibile da ripagare. Nessuno ormai può riuscirci. E accade dunque che intere generazioni, da un punto di vista logico, sono fallite in partenza. Avete vent'anni, siete falliti. Ne avete dieci, siete falliti. Nascete ora, falliti. Membri di una società e di un'epoca che non saprà mai pagare il suo debito.
Il default, il downgrade, la crisi del debito. Quelle degli articoli di economia sono parole-tentacolo che ci afferrano e trascinano in giù verso spirali di incertezza. Se le parole suonano astratte, gli effetti sono concreti. Oggi si tratta di sperimentare precarietà, disoccupazione, sottoccupazione, lavoro in nero, impossibilità di progettare una vita. Domani magari le mense popolari e gli ostelli per senzatetto, che già registrano afflussi record. E le rivolte, i disordini sociali di cui vediamo qua e là il sinistro scintillare. Come si spezza la spirale?
Smettendo di pagare, dice qualcuno. Un sano diritto all'insolvenza. Creare un punto di rottura, resettare il mondo intero. Can't pay, won't pay è il motto inglese usato da numerose campagne: ricorda il Sotto paga! Non si paga! del lavoro teatrale di Dario Fo, scritto negli anni Settanta. Certe idee sono nell'aria da un po'.
In prospettiva, la domanda può farsi più specifica e cruciale. Esiste il diritto di certe generazioni di non pagare i debiti di quelle precedenti? E su un piano esistenziale, di che diritto si tratta, visto che siamo ciò che siamo grazie anche a chi è venuto prima? Diritto a dichiarare fallito, finanziariamente e moralmente, il mondo com'è stato finora. È ovvio che per acquisire un simile diritto bisogna fare un passo ulteriore. Bisogna abbandonarlo, il mondo com'è stato finora, per passare a qualcosa di radicale altro. Non puoi rifiutarti di pagare i debiti e continuare con la tua vita di prima.
Quanto a mio padre, penso alla sua faccia. Le rughe di cuoio da vecchio cowboy. La vita incisa su quella faccia, come una mappa su cui vorrei essere in grado di leggere cosa sarà di me, cosa sarà di noi.
[pubblicato su Rolling Stone, novembre 2011]
Scritto il 07 novembre 2011 nella italia, amore | Permalink


