18 giugno 2009

CHRISTOPHER LASCH: NARCISISMO E PERDITA DI SE STESSI

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L’emergere del narcisismo significa una perdita di se stessi, molto più che una forma di auto-affermazione. Implica un’identità minacciata dallo spettro della disintegrazione e da un senso di vuoto interiore. Per evitare confusioni, quella che qui chiamiamo cultura del narcisismo potrebbe meglio essere definita, almeno al momento, come cultura della sopravvivenza. La vita quotidiana ha iniziato a conformarsi alle strategie di sopravvivenza tipicamente necessarie a chi vive situazioni estreme. Apatia selettiva, disimpegno emotivo dagli altri, rinuncia al passato quanto al futuro, determinazione a vivere un giorno per volta –queste tecniche di autogestione emotiva, forzatamente spinte agli estremi sotto la spinta di condizioni estreme, finiscono per plasmare anche la vita di persone ordinarie che vivono in situazioni apparentemente ordinarie, all’interno di una società burocratica che viene percepita, sempre più, come un capillare sistema di controllo totale.

Christopher Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti [1984]

09 giugno 2009

JOGGING, SCRITTURA ED ETERNITÀ. UN'INTERVISTA SUL ROMANZO

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[Il blog letterario Sul Romanzo -realizzato da un anonimo ma, a quanto mi pare, assai lucido operatore del settore editoriale- mi ha sottoposto un'intervista. Ecco cosa ne è uscito...]

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.
Appartengo al partito di quelli che non credono al caso. Scrivo perché scrivere ha una funzione e io sono chiamato a questa funzione – come altri sono chiamati ad altre funzioni. Comprendere il come e il perché di questa funzione, ovviamente, è uno dei nodi più difficili della faccenda. Ho iniziato il primo romanzo a sette anni, lo lasciai incompiuto, prima o poi lo riprenderò. Riguardava un principe innamorato di una sirena impossibile, e amato a sua volta da un’altra ragazza. A sette anni mi interessavano gli amori impossibili e i triangoli. Il primo testo compiuto venne molto dopo, un racconto che scrissi a diciotto anni e che adesso non ho idea di che fine abbia fatto.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?
In scrittura, istinto e progetto sono la stessa cosa. Se non sono la stessa cosa, ho l’impressione voglia dire che non si è ancora scrittori veri.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.
C’è un modello ideale di giornata che ha ritmi monacali, ci si sveglia all’alba e si va a correre al parco nella prima luce del giorno, si torna a casa e si fa colazione e si medita un poco oppure si legge Whitman oppure Proust o quant’altro, e infine si è pronti a scrivere e lo si fa fino a pomeriggio inoltrato e soltanto allora si accende il telefono o si guardano le mail e si considera l’esistenza del resto del mondo. Questa è la giornata ideale. Vivo in questo modo quando sono molto concentrato, quando incombe la scadenza per la consegna di un testo, quando la confusione mentale si fa eccessiva e va arginata attraverso la disciplina. Vivo in questo modo anche quando non sono felice, quando la vita mi delude e la scrittura diventa più vera della vita e allora, anche qui, merita la massima dedizione e disciplina. Però, poiché tutto sommato ogni tanto sono felice e tutto sommato non sempre sono così concentrato, questo modello di giornata si realizza solo a tratti. Negli altri periodi, l’organizzazione del tempo è assai più elastica.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?
Mi serve anzitutto l’equilibrio del corpo. La gente ride quando dico che vado a correre o a nuotare per poter scrivere bene, eppure è così. Devo stare attento anche al cibo, certi cibi sono nemici della concentrazione. E poi mi serve silenzio. Silenzio. Silenzio. Isolamento e ancora silenzio. Magari poi metto le cuffie e mi sparo nelle orecchie musica techno per avere ritmo ed energia, ma l’importante è che non ci siano altre voci, non ci siano richiami, non ci sia nessuno a ricordarmi chi sono. Voglio dire: scrivere è come meditare. Quando mediti dimentichi te stesso. Un romanzo non si scrive con l’ego. Un romanzo di talento deve esprimere qualcosa di molto più ampio della parte cosciente di chi lo ha scritto.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?
Di tanti scrittori del passato penso siano sopravvalutati. Vale per vari autori del Novecento ma anche dell’Ottocento. La grandezza di certi russi è una faccenda che ancora mi sfugge. Per contro, ci sono autori che mi annichiliscono: se Flaubert ha scritto ‘Madame Bovary’ centocinquant’anni fa, che ci stiamo a fare noi oggi? Suppongo sia la stessa domanda che si fa un musicista ascoltando ‘Abbey Road’ dei Beatles. Ma per quanto mi riguarda è un annichilimento sano: che la bellezza perfetta sia esistita non significa che non esisterà mai più; significa al contrario che può esistere ancora; avrà forma diversa, ma esisterà ancora. La letteratura è eterna proprio nel senso che in ogni punto dell’eternità c’è bisogno che un libro venga scritto, qui e ora, nella speranza di rinnovare l’esperienza della bellezza.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?
Ogni tanto qualcuno mi dice che dovrei tornare a vivere a Milano o a Roma. Dovrei farmi vedere, avere gli amici giusti, dovrei smettere di fare l’outsider. Io rispondo che ho conosciuto più scrittori e personaggi creativamente interessanti a Padova, città dove ho passato parecchi dei miei anni, oppure durante i soggiorni all’estero, che non in città autistiche e sfibrate come Milano e Roma. E poi, gli scrittori sono molecole in ebollizione. Si aggregano e disgregano e in fondo, di quelli che oggi occupano le pagine culturali, sono molti quelli che evaporeranno.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?
Non ne ho idea. So soltanto che non posso immaginarmi diverso da ciò che sono.

08 giugno 2009

GEORGE ORWELL: 'UNO STIVALE CHE CALPESTA UN VOLTO UMANO'

Italia_nera ‘Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano – per sempre.’
[George Orwell, ‘1984’ – oggi il 60esimo anniversario della prima pubblicazione.]

01 giugno 2009

FOUCAULT VS. BERLUSCONI

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«Il tiranno: egli è incapace di dominare le sue passioni ed è quindi incline ad abusare del suo potere e a usare violenza ai suoi sudditi; provoca fatti torbidi all’interno dello Stato e vede i cittadini rivoltarglisi contro; gli eccessi del tiranno, quando arriva a disonorare i figli – ragazzi o ragazze – dei cittadini, sono spesso invocati come causa prima dei complotti volti a rovesciare la tirannide e ristabilire la libertà.»

(Michel Foucault, “L’uso dei piaceri – Storia della sessualità 2” – 1984)

26 maggio 2009

PROSSIMI APPUNTAMENTI, MILANO-FOGGIA

Martedì 26 maggio ore 18, MILANO - Feltrinelli di Corso Buenos Aires
Marco Mancassola e Pierfrancesco Pacoda presentano ‘La rivolta dello stile’ di Pacoda & Ted Polhemus.

Venerdì 29 maggio, FOGGIA
Per la rassegna ‘Libri a Trazione Anteriore’
-ore 15, Casa Circondariale: Marco Mancassola presenta ‘La vita erotica dei superuomini’ (ospiti esterni potranno accedere solo se già registrati)
-ore 20.30, Biblioteca Provinciale La Magna Capitana: Marco Mancassola presenta ‘La vita erotica dei superuomini’

15 maggio 2009

CHI PARLERÀ LA MIA LINGUA?

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Chi parlerà la mia lingua? Loro la parleranno.

La ragazza cinese entra nel negozio di kebab, si rivolge al ragazzo turco dietro il banco e chiede: “Vorrei due bambini.” Si rende subito conto dell’errore, fa una risata e si corregge: “Due panini, per favore!” Nel frattempo dietro il banco è comparso il titolare, un signore sui cinquant’anni che evidentemente la conosce e la saluta in un italiano dall’accento mediorientale. I due chiacchierano amabilmente. Il signore del negozio sembra quasi corteggiarla, ma in un modo gentile, e l’italiano tra loro è un linguaggio essenziale, eppure anch’esso gentile, e assai suadente.

Chi parlerà la mia lingua? La famiglia di origine indiana siede al tavolo di un fast-food, vicino a me, un padre e una madre di quieta bellezza, sui trent’anni, e due bambine in età da scuole elementari, altrettanto belle, e figlie e genitori chiacchierano in italiano –corretto e disinvolto quello delle bambine, un po’ indeciso e affettuoso quello dei genitori.

Loro la parleranno. Il giovane uomo dai tratti esteuropei siede sull’autobus, adocchia un altro tipo della stessa età, con i tratti simili, e gli chiede in italiano se è anche lui albanese. No, è rumeno. I due continuano a chiacchierare. Mentre l’autobus riparte, le loro voci tranquille sopra il rombo del motore.

La ragazza dalla pelle scurissima cammina per strada con due amiche, italiane, tornando da scuola, gli zaini sulle spalle, scherzando a proposito di qualcosa, forse a proposito di qualche ragazzo. Dev’essere nata e cresciuta da queste parti. Il suo italiano ha un notevole accento veneto.

Dove vado a volte a fare le fotocopie, un piccolo negozio a ridosso della stazione, la gestrice montenegrina ha un’aria a prima vista burbera, mentre accoglie una processione di uomini nordafricani, di colore, indiani, cinesi, uomini che vengono a fare fotocopie e a ricevere e mandare fax e sempre per le solite odiose faccende, permessi di soggiorno per se stessi e per le famiglie, documenti su documenti dal senso non sempre chiaro, rinnovi che non arrivano per colpa di atroci lungaggini burocratiche, mentre loro ne hanno bisogno, e mentre la loro vita si fa sempre più complicata… La gestrice fa la burbera perché i clienti hanno la testa dura, e non sempre capiscono bene l’italiano, oppure lo capiscono ma si lamentano per tutta questa inefficiente burocrazia e sembrano quasi prendersela con lei. Fa la burbera ma in fondo cerca di aiutarli. Chissà quante altre complicazioni, adesso, con la nuova rigidissima legge sull’immigrazione. Chissà quante complicazioni e quanti dialoghi ancora, dentro il piccolo negozio, in un italiano pieno di mille accenti, pieno a volte d’inevitabile sconforto.

Quando davo lezioni di italiano a Londra, ricordo la soddisfazione –di più, ricordo il piacere, quasi la commozione– di sentire qualcuno che entrava nella mia lingua, come in una casa, come in un nuovo corpo. Non importava che le concordanze fossero a volte incerte. Non importavano i verbi non sempre corretti. Chi se ne fregava dei congiuntivi. Una lingua viva è questo, una materia elastica, malleabile, sempre perfezionabile, uno spazio aperto, del tutto accogliente. Era come essere al centro di una stanza e i miei studenti entravano e mi raggiungevano e lì restavamo, insieme, dentro la morbida stanza della lingua italiana.

Lo stesso tipo di soddisfazione che sento ora nel negozio di fotocopie, per strada, sull’autobus, nel fast-food, nel negozio di kebab.

Vorrei che la stanza restasse aperta. Vorrei che le frontiere della mia lingua fossero aperte. Vorrei che il paese non invecchiasse e non invecchiasse la mia lingua, vorrei che il paese non fosse chiuso e non fosse chiusa la mia lingua, vorrei che il paese e la lingua non sprofondassero in una stupidità provinciale e suicida… Vorrei che la mia lingua fosse un patrimonio che si espande e grazie a questo non si perde, non si esaurisce, non si estingue.

Chi parlerà la mia lingua? Chi la parlerà, in un paese che invecchia anagraficamente e moralmente e nel proprio stesso vigore, e che pure rifiuta di accogliere nuovi aspiranti italiani, un paese che rifiuta di trasformarsi e di restare vivo, cioè in mutazione, cioè in accoglienza, cioè in un processo di inclusione –che è anzitutto e sempre inclusione linguistica?

Chi parlerà la mia lingua? Loro la parleranno. Nonostante tutto. Loro saranno i nuovi soggetti che imparano a dire io, noi. Loro saranno quelli che parlano, che scrivono, coloro che in questa lingua avranno forse esperienze, sentimenti, lotte da raccontare, laddove noi non abbiamo più nulla, soltanto chiacchiere televisive, discorsi vuoti e senza soggetto.

Loro la parleranno. La stanno già parlando.

GIULIO MOZZI: LA SICUREZZA DELL'ODIO

Giuliomozzi La sicurezza dell'odio
di Giulio Mozzi

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto ivoriano che viaggia seduto su questo treno, difronte a me. Io vado a Milano a fare il mio lavoro, lui va a Brescia a cercarne uno. Ha un amico che lavora in un cantiere, gli ha detto che forse.

Io non ho voglia di farmi odiare dalla giovane coppia cinese che gestisce il bar dove vado spesso, quando ritorno da Milano che è quasi mezzanotte, a mangiare e bere qualcosa.

Io non ho voglia di farmi odiare dalle signore slave, tutte sui cinquanta e ben piantate, che viaggiano insieme a me, d’inverno prima dell’alba e d’estate nell’alba già afosa, nella prima corsa dell’autobus numero tre: io scenderò in stazione per prendere il mio treno, loro cambieranno autobus, saliranno sul sette o sul diciotto, proseguiranno per la zona industriale.

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto pakistano che tante sere, quando arrivo tardi alla pensione dove mi appoggio se mi fermo a Milano, trovo addormentato, appoggiato sul banco della reception, la testa appoggiata sulle braccia incrociate: di notte fa il portiere di notte, di giorno fa il cameriere in una pizzeria.

Io non ho voglia di farmi odiare dalla ragazza croata che è fidanzata con un mio amico triestino, e che avendo tirato troppo in lungo l’università – non per pigrizia, ma perché studia e lavora, e il lavoro stanca – ha dovuto rientrare in Croazia, e amen. È inutile che faccia le carte per un nuovo permesso di soggiorno, le hanno detto, tanto tra un paio d’anni anche la Croazia diventerà Europa, e tanto vale.

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto africano che qualche sabato fa, a Padova in Piazza delle Erbe, impacchettato in un completo nero con camicia panna, attraverso un microfono sfrigolante e amplificatori esausti spiegava a un pubblico radissimo e trincante – era l’ora dello spritz – che la crisi colpisce prima di tutto i lavoratori extracomunitari, che loro sono i primi a essere licenziati, e che dopo tre mesi di disoccupazione c’è poco fa fare, o vai via e ricominci da capo, o diventi clandestino.

Io non ho voglia di farmi odiare dal giovanotto keniota che per qualche mese ha stazionato fuori dal supermercato del mio quartiere e ha campato con l’euro o i cinquanta centesimi delle signore anziane alle quali spingeva il carrello, porta le borse, carica l’automobile: qualche settimana fa mi ha detto: «Basta questo. Adesso fabbrica, da lunedì», e mi ha mostrato il suo primo permesso di soggiorno.

Non so se i nostri governanti se ne rendono conto, ma la meravigliosa legge sulla sicurezza che stanno cucinando in Parlamento avrà tanti effetti, e uno sarà questo: tutti questi giovanotti e giovanotte avranno un ottimo motivo per odiarmi; per odiare me, per e odiare tutti gli altri: anche lei, signora, anche lei, signore, che state leggendo questo articolo. Certo: i giovanotti e giovanotte dei quali ho accennate le storie sono per lo più ormai a posto con le carte. Ma molti di loro hanno attraversato – non solo inizialmente – periodi più o meno lunghi di vita da clandestino: mendicando, lavorando in nero, campando in qualche modo; e sanno che potrà capitare di nuovo: basta perdere il lavoro.

Ci sono persone che partono da luoghi lontanissimi e affrontano viaggi tremendi per arrivare qui in Italia, e magari attraverso l’Italia arrivare altrove: perché a casa loro, semplicemente, si muore di fame, o si combatte una guerra assurda. Queste sono le persone che noi – noi: li abbiamo ben eletti, questi governanti – rispediamo indietro nei loro barconi che fanno acqua; le persone alle quali abbiamo già negato per legge una quantità di diritti, diritti che ciascuna persona ha al di là di qualsiasi legge perché è una persona e non una cosa, e alle quali ora ci apprestiamo a negarne altri ancora.

Pensate solo – signore, signora che leggete – quanto ci odieranno le mamme che non riusciranno a tenersi i figli; pensate quanto ci odieranno tra dieci, quindici, venti anni, quando avranno capacità di capire, i figli tolti alle madri subito dopo il parto e resi istantaneamente adottabili. Questa legge che si sta cucinando in Parlamento è ben pensata: non ci fa odiare solo oggi, addirittura programma un calendario dell’odio per i prossimi dieci, quindici, venti anni.

Signora, signore che leggete. Io non vi chiedo di voler bene a queste persone che arrivano qui fuggendo dalla fame e dalla guerra. Non vi chiedo di avere compassione per loro. Non vi chiedo di interrogarvi su quale politica dell’immigrazione sia opportuna per l’Italia. Non vi chiedo di domandarvi se sia buono o cattivo per l’Italia, un futuro «multietnico» (come se non lo fosse già il presente).

Vi chiedo, semplicemente, di domandarvi se una legge che programma una tale produzione di odio contro di noi sia, effettivamente, una legge per la nostra sicurezza.

12 maggio 2009

VITA SENZA AUTOMOBILE. UN ARTICOLO DEL NYT

Sul New York Times di oggi, un reportage su progetti di vita urbana e suburbana senza automobile, in Germania e in Europa e negli Stati Uniti. L’articolo si chiude parlando di un progetto del genere in California. Ma se tale progetto non andasse in porto, nella stessa area sorgerà una ‘normale’ comunità basata sull’uso dell’automobile, il cui nome sarà (mi pare molto ironico) Village d’Italia.

Published: May 12, 2009
A young development in Vauban illustrates a trend of planning communities to thrive without automobiles.

10 maggio 2009

ALESSANDRO PORTELLI: 'UNA RISATA CI SEPPELLIRÀ'

Italia, farsa&tragedia e ridefinizione del linguaggio.  Una precisissima analisi di Alessandro Portelli apparsa ieri su Il Manifesto.



Una risata ci seppellirà
di Alessandro Portelli

L'ultima volta che sono stato in metropolitana a Milano i posti erano tutti occupati - anche se non so da chi e se con adeguato diritto di sangue - per cui sono stato in piedi. Se non altro, tenendomi agli appositi sostegni, non ho dato occasione a nessun padano di prendersela anche per questo con Roma ladrona. Almeno su questo, ho la coscienza a posto, adesso che, nella «capitale morale» del paese, il capogruppo in consiglio comunale di un partito di governo - non il primo che passa, insomma - se ne esce dicendo che bisogna riservare ai nativi un congruo numero di posti a sedere. E nessuno lo caccia fuori a calci.

La domanda politica principale in questi giorni è la seguente: «Ci sono, o ci fanno?» Diceva Carlo Marx che la storia avviene in tragedia e si ripete in farsa. Se fosse così, non avrebbe senso disturbare il fantasma di Rosa Parks, la signora afroamericana che consapevolmente decise di sfidare le leggi razziali dell'Alabama rifiutando di cedere il posto a un bianco. E ancora meno ne avrebbe evocare la memoria delle leggi razziali come hanno fatto Franceschini e Amos Luzzatto. In fondo, diciamo, quella del dirigente leghista milanese è solo una delle solite boutade, lo sa anche lui che non è destinata a essere messa in pratica.

Il problema però è che - come sapeva benissimo William Shakespeare - tragedia e farsa invece sono inseparabili e si specchiano fra loro. La tragedia può scadere in farsa, ma la farsa prepara la tragedia. E a forza di dire che le sparate dei leghisti, del loro leader Bossi e del loro guru Gentilini (e del loro compare Berlusconi) sono folklore, colore locale, spiritosaggini che non vanno prese sul serio, intanto non ci accorgiamo che queste buffonate stanno diventando realtà in spazi assai più vasti e cruciali dei vagoni milanesi: è l'intera Italia che si trasforma in territorio segregato, con scuole e ospedali riservate agli indigeni, e galera per chi ne varca gli inviolabili confini. Le schifezze folkloristiche locali si allargano e diventano politiche governative nazionali: Gentilini propone di prendere a fucilate gli immigrati come leprotti a Treviso, e tutti ridono; il suo capopartito Calderoli propone di prendere a cannonate le barche dei migranti senza permesso nell'Adriatico, e ci cominciamo a preoccupare; il loro ministro Maroni lascia le barche alla deriva, rispedisce i migranti al mittente e se ne vanta, e la gente comincia a morire. La farsa milanese si fa tragedia nei campi di concentramento dei migranti in Libia, nei suicidi nei centri di detenzione ed espulsione in Italia. Non «ci fanno»: ci sono, e fanno finta di non esserci.

Il nostro paese è dominato della terribile serietà del poco serio. Berlusconi che fa cucù alla Merkel, che vuole palpeggiare l'assessora trentina, che dice ai terremotati di considerarsi in campeggio, che racconta sadiche barzellette sui campi di sterminio e sui desaparecidos non fa ridere non solo perché non è spiritoso, ma soprattutto perché questi sono discorsi seri, in cui ridefinisce la correttezza politica nella nuova Italia: sono il linguaggio che dà forma alla pratica dei rapporti fra gli stati, fra i generi, fra le classi, fra la vita e la morte. E' tutto uno scherzo, è tutta una farsa - che si porta via con un ghigno le cose poco serie come i soldi della ricostruzione in Abruzzo, le politiche per la crisi, i morti sul lavoro, i posti di lavoro, i diritti e i salari, la dignità delle donne e dei migranti, la bambina ammazzata dai nostri ragazzi in Afghanistan, e altre pinzillacchere. Forse «ci fanno» e non «ci sono» solo perché in questa commedia sta tutto il loro esserci. Dicevamo «una risata vi seppellirà». Avevamo torto. La risata sta seppellendo noi.

28 aprile 2009

MEDITAZIONI SULL’EROE

Giovanni manzoni piazzalunga1

Di qualcuno che diventa un eroe, si ama la capacità di rappresentare un passaggio, una congiunzione, un tramite tra noi e un altro piano dell’esistenza –un piano superiore, ulteriore, migliore.

L’eroe è colui che accorcia una distanza, ci collega a una condizione che ci è migliore, più vera e più intensa, un oltre-noi che noi stessi, forse, potremo (dovremo) un giorno sfiorare: moralmente o intellettualmente o spiritualmente o chissà.

Muovendosi in direzione di un piano ulteriore, l’eroe dimostra che questo piano è esistente o quanto meno immaginabile.

L’eroe non è del tutto uno di noi, non è neppure compiutamente oltre-noi. Inevitabile malinconia dell’eroe. L’individuo-eroe sta lì, nel mezzo, e per questo il suo destino sarà solitario.

L’eroe, si tratti di un condottiero, di un rivoluzionario, di un artista, di un intellettuale, di un santo, di un ricercatore o anche ‘solo’ di un genitore o di un amante, sarà colui che in qualche modo agisce come un tramite, un ponte. Pertanto allude implicitamente all’oltre. Allude all’ulteriore e all’esistenza di un piano Altro. Un sedicente eroe ripiegato su se stesso, sul proprio status o sul proprio pubblico, non rappresenta un ponte verso alcunché e per questo, fatalmente, non sarà autentico eroe.

L’eroe può abbracciarci, ma subito deve ritrarsi. Se restasse, il nostro abbraccio lo soffocherebbe. L’eroe deve continuare a puntare, come una bussola, verso una realtà che ancora ci sfugge. L’eroe pare intimamente indisponibile a noi come a se stesso. Ha nostalgia di se stesso quanto noi ne abbiamo di lui. Di conseguenza si sta sempre cercando. Drammatico doppio movimento, doppia portata della sua ricerca: guarda verso l’oltre. Cerca di superarsi mentre cerca se stesso.

Sarà eroe sia chi salva il mondo, sia chi salva semplicemente la propria vita. Le due cose di fatto coincidono. A patto che la salvezza sia reale, vera, effettiva.

Come possiamo distinguere una salvezza reale da una irreale? Non possiamo. Non con certezza. Possiamo solo avere fede.

L’eroe ha bisogno di fede. Senza fede non esistono eroi. L’eroe, equidistante tra noi e oltre-noi, deve avere fede in entrambi questi due orizzonti di riferimento. L’eroe ha fede in noi e non per benevolenza, bensì per impellente necessità. Ha inoltre bisogno che noi abbiamo fede in lui e che la nostra fede lo sostenga in questo suo essere sospeso tra due mondi, tra due orizzonti. L’equilibrio in cui si trova è precario e miracoloso. Un eroe senza fede precipita all’inferno, e noi con lui.

Dove c’è fede ci sono eroi e ci siamo noi stessi. L’unica fede possibile è fede reciproca. La fede rimbalza di cosa in cosa e di persona in persona e illumina i contorni preziosi del mondo. L’eroe è l’ago in cui la fede si concentra, il sottile tubo di alambicco in cui la fede si condensa e sale, sempre più pura, verso nuovi strati dell’esistenza.

Per questo l’eroe è erratico e inquieto. L’eroe non può fermarsi. Va in cerca di fede e di quei luoghi dove la fede imbeve ancora la sostanza delle cose. Solo dove c’è fede lui può fiorire e diventare ciò che è. Destino singolare di ogni eroe: non può decidere da solo di farsi eroe. È la fede del mondo, qualora questa fede sussista, a rimbalzare in lui e innescare il suo destino.

Marco Mancassola, aprile 2009.
Immagine: Giovanni Manzoni Piazzalunga

27 aprile 2009

GEORGE ORWELL: 'DA MAIALE A UOMO'

George-orwell-6 ‘Non c’era da chiedersi, ora, cosa fosse accaduto alle facce dei maiali. Le creature fuori dalla finestra guardarono da maiale a uomo, e da uomo a maiale, e di nuovo da maiale a uomo: ma di già era impossibile distinguere tra i due.’

[George Orwell, ‘Animal Farm’]

14 aprile 2009

APRILE È IL PIÙ INTENSO DEI MESI… QUALCHE APPUNTAMENTO


15 aprile 2009, ore 21, Libreria Princivalli – JESOLO LIDO
‘La vita erotica dei superuomini’, presentazione.

17 aprile 2009, ore 21, Palazzo Cittanova - CREMONA
Festival del Racconto
‘La vita assassina’ – lettura scenica dal radiodramma di Melania Mazzucco.
Voci: Patrizia Hartman, Luigi Guarnieri, Marco Mancassola, Melania Mazzucco, Veronica Raimo, Emanuele Trevi, Anna Paola Vellaccio.

19 aprile 2009, ore 19.30, Galleria Bluorg – BARI
A cura di Lab080
‘La vita erotica dei superuomini’, reading.
Voce: Marco Mancassola. Suoni: Sergio Bertin. Visual: Maschinehaus.

20 aprile 2009, ore 21, Teatro Bellarmino – TARANTO
Per la rassegna ‘Penne a Sonagli’
‘La vita erotica dei superuomini’, reading.
Voce: Marco Mancassola. Suoni: Sergio Bertin.

22 aprile 2009, ore 21, Fondazione Claudio Buziol – VENEZIA
Per la rassegna ‘Questo non l’ho mai letto a nessuno’
Marco Mancassola legge un testo inedito.
Presentano: Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Tiziano Scarpa.
La Fondazione Claudio Buziol consiglia di prenotare: ffw@fondazioneclaudiobuziol.org, 0415237467.